«Quando apriamo la domenica in automatico il venerdì ed il sabato lavoriamo quasi la metà … il lunedì poi diventa un vero mortorio, mentre noi siamo solo più stanchi e addolorati».
E si, la novità del 2012 è indiscutibilmente la liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi in barba al referendum del 1995. Per alcuni è un’opportunità, per molti una grana: salta il limite di 13 ore di apertura giornaliera e il tetto di domeniche proprio quando la crisi economica ha ridotto il potere d’acquisto.
I primi a lamentarsi sono i piccoli commercianti e i dipendenti della Grande Distribuzione Organizzata. Anche i consumatori non sembrano fare i salti di gioia e i cattolici, facendo ricorso a San Paolo (1^ Lettera ai Corinzi), riaffermano che “l’amore e la famiglia vengono prima di tutto” e guardano storto all’iniziativa del nuovo governo Monti. La Confcommercio ha acquistato pagine di giornale per chiedere al Governo di allinearsi veramente ad altri paesi europei, quali Francia e Germania dove esistono limiti alle aperture e la libera concorrenza è davvero un’altra cosa. La Confesercenti, invece, ricorda che ai referendum del 1995 i cittadini si sono espressi contro l’apertura domenicale dei negozi. Sono molti poi quelli che lamentano la mancanza dei servizi connessi ai lavoratori, ad iniziare dai nidi e dagli asili. Sono molti, poi, a interrogarsi sul perché dovrebbero aprire i negozi e non le banche, gli uffici postali e professionali, gli uffici pubblici?
L’altra mattina mi ha telefonato allarmatissima una mia amica. Lei, commessa nella grande distribuzione, si domandava come sia possibile per una madre di famiglia lavorare anche la domenica (tutte le domeniche)? Perché non è possibile quando hai 2 figli piccoli e quando questi figli passano le loro giornate sballottati tra l’asilo e casa dei nonni (benedetti nonni!). Quando anche tuo marito lavora tutto il giorno e fa “orari strani”. Quando in settimana riesci a riunire la famiglia solo a tarda sera e magari i tuoi figli già dormono. “Alla fine la domenica rimane l’unico giorno per stare insieme”, il vero motivo per far festa, condividere le proprie esistenze, confrontarsi, crescere insieme, dedicare, e non consumare, il proprio tempo con gli altri membri della comunità, anche attraverso quella solidarietà che spesso non riusciamo a concretizzare per la mancanza di tempo.
La domenica nella nostra tradizione è il giorno in cui ci si dovrebbe concentrare sulla pace e sulla serenità che dovrebbero regnare in questo giorno sacro, per questo chiamato Dies Domini. Si dirà: “i soliti cattolici conservatori”! Troppo facile. Credo si possa dire invece che la famiglia, in Italia, è un “bene comune” laico, tutelato dalla costituzione. Non si pretende che per tutti la domenica sia intesa come una giornata di speranza, di solidarietà e “condivisione con gli altri dei beni che il Signore ci ha donato”. Onestamente non credo che il problema sia (solo) andare a Messa (uno se vuole il tempo lo trova). Il problema è la qualità della vita di chi lavora. Il problema sono i nostri figli, lasciati troppo soli, davanti ad un computer o alla televisione, incapaci ormai di gestire qualsiasi conflitto e quindi vittime di condizioni esterne che li sovrastano perché ormai incapaci di socializzare. Si può non essere cristiani, ma credo che a un lavoratore, a un imprenditore e a qualsiasi cittadino debba essere garantito il diritto alla socialità
Il Governo Monti sta cancellando la concertazione: “sentiamo le parti, ma poi decidiamo noi”. Negli altri paesi europei le leggi derivano dall’iniziativa delle parti sociali, o dalle buone pratiche, o dalle necessità e queste “liberalizzazioni” non mi sembrano una necessità. Un ottimo giuslavorista dell’Università di Sassari ha ricordato: «Nella nostra Costituzione si è sentita la necessità di ribadire il diritto ai riposi, alle ferie, alle feste (e ai santi patroni) non solamente perché si ha bisogno di “staccare” col lavoro, ma soprattutto per consentire la socialità e la socializzazione tra le persone e i cittadini. Un diritto irrinunciabile, dice la Costituzione, a meno che non si deleghi al consumo, alla grande distribuzione o al negozio commerciale, invece che alla cultura, all’amicizia, al tempo libero, alla natura, alla famiglia, allo sport o a tante altre cose, il ruolo o i ruoli di promotori e organizzatori della socialità».
La domanda che dovremo porci è: vogliamo che la crisi sia un’opportunità per ripartire dai valori e riqualificare la nostra vita che non può essere consumata, ma vissuta pienamente, oppure pensiamo che basti “rilanciare i consumi”, guarda caso la stessa ricetta che ci ha portato “sul baratro greco” per stare di nuovo tutti “meglio”? L’idea di rigenerare il Centro storico di Sassari, anche attraverso l’istituzione della ZTL passava anche da qui, dalla riscoperta dei valori, dalla riqualificazione degli spazi, dalla revisione dei tempi che scandiscono le nostre esistenze, dal dire basta al consumismo sfrenato che è la vera droga che ci sta sterminando tutti. Salvare l’Italia vuol dire prima di tutto riqualificare le nostre esistenze, riscoprendo il valore dell’essenzialità e riqualificando ciò che abbiamo già, perché non è consumando di più che usciremo dalla crisi.
Simone Campus, 08 gennaio 2012
