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Due mesi in galera da innocente

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Il Dna lo scagiona: non ha rapinato il parroco. Assolto l’operaio di San Gavino arrestato con l’accusa di aver aggredito un prete a Sardara.
L’esame eseguito dai carabinieri del Ris sulle tracce di sangue lasciate dopo il colpo: appartengono a un rapinatore responsabile di altri assalti ai danni dei parroci di Nule e Serrenti.

Alessandro Tiana
Alessandro Tiana
Due mesi di carcere, tre agli arresti domiciliari e due d’obbligo di firma, la sensazione di essere dentro un incubo la cui fine è stata suggellata dall’esame del dna. Alessandro Tiana, 38 anni, operaio di San Gavino, non è l’autore della rapina, compiuta il 28 gennaio scorso ai danni del parroco della chiesa dell’Assunta in Sardara. I giudici del secondo collegio della Corte d’Assise del Tribunale di Cagliari, presieduta dal giudice Claudio Gatti, lo hanno assolto dall’accusa di rapina e violazione di domicilio.
E’ stato l’avvocato Enrica Anedda Endrich a chiedere la comparazione del dna del suo assistito con quello isolato dalle tracce di sangue rinvenute sulla finestra forzata dal ladro per entrare nella casa canonica. Esame non richiesto dalla Procura, che ha dato per scontato la colpevolezza dell’operaio di San Gavino in quanto il parroco lo aveva riconosciuto prima dalle foto segnaletiche e poi in aula.
L’altro ieri il pubblico ministero Gian Carlo Moi, che sostituiva la collega Virginia Boi, che ha seguito tutte le indagini, aveva chiesto tre anni e sei mesi di carcere per Alessandro Tiana. Ma a sorpresa i carabinieri del Ris, incaricati dal Tribunale di effettuare le analisi del Dna, hanno “smentito” il sostituto procuratore. Infatti il sangue rinvenuto nella casa parrocchiale appartiene ad un altro rapinatore, di cui non si conosce il nome, che in passato ha compiuto delle rapine ai danni dei parroci di Nule e Serrenti.

L’odissea giudiziaria di Alessandro Tiana è iniziata il 18 aprile scorso, quando i carabinieri della compagnia di Villacidro lo arrestano. Il parroco di Sardara lo aveva riconosciuto tramite le foto segnaletiche, indicandolo quale autore della rapina alla canonica. «L’ho detto subito, che io non c’entravo con la rapina al parroco di Sardara. Mi hanno portato in carcere. Sono stati giorni terribili. Sapevo di essere innocente. Da allora ho vissuto in un incubo. Mi sentivo impotente. Accusato ingiustamente e non potendo dimostrare subito la mia innocenza, ho avuto non pochi problemi, anche di ordine psicologico», afferma Alessandro Tiana, che solo adesso si rende conto di essere uscito da un incubo. «Anche se mi ci vorrà ancora del tempo per superare lo choc». Intanto l’avvocato di fiducia dell’operaio ha già preannunciato una richiesta di risarcimento danni.

La sera del 28 gennaio scorso don Vincenzo Salis risponde ad una telefonata. Dall’altra parte del cavo una voce anonima chiede il suo intervento per un incidente mortale accaduto alla periferia del paese, nel bivio della 131. In auto raggiunge il posto indicato dalla telefonata, ma non trova alcun segno di incidente. Il sacerdote, convinto di essere stato vittima di uno scherzo di cattivo gusto rientra in canonica, dove avrà una sgradita sorpresa. Le luci della casa sono accese e davanti si trova un ladro che con una roncola in mano minaccia di ucciderlo. Don Salis è paralizzato dalla paura. E questo permette al ladro di scappare con il bottino: 860 euro, le offerte della settimana e di due donazioni per l’oratorio. Ai carabinieri lo descrive come “un uomo alto, giovane, tra i 30 e i 35 anni”. E quando gli inquirenti gli fanno vedere alcune foto segnaletiche non ha dubbi, indica quella di Alessandro Tiana. E con la stessa certezza lo identifica poi in aula su richiesta del Pubblico ministero. Fino a che gli esami del Dna hanno dimostrato che l’operaio di San Gavino con quella rapina non aveva niente a che fare.

Fonte: Unione Sarda di Domenica 22 novembre 2009

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