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Rivolta dei sindaci contro Tremonti: “Comuni saccheggiati dalla manovra”

C’era anche una folta delegazione di sindaci sardi davanti al Senato per protestare contro i tagli agli enti locali previsti dalla manovra del ministro Tremonti. Un “cappio al collo”, un vero “saccheggio” contro i cittadini, hanno denunciato con manifesti, magliette, slogan

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

Il cappio al collo, la maglietta rosso fuoco «Premiata macelleria Tremonti», oppure lo striscione bianconero «Saccheggiano i comuni, affosseranno le famiglie»: quale sventoliamo? L’uno, l’altra e l’altro ancora, in piazza Navona, tra le fontane, a cento passi dalle colonne del Senato. I sindaci di Sardegna mettono testa, piedi e mani dapertutto: non si fanno mancare nulla, nella calda, è mezzogiorno, il sole picchia, mattinata della protesta. Voluta dai comuni, da ben ottomila municipi contro tutti, ministri, viceministri e sottosegretari, «Parlano, parlano, scialacquano e sperperano», ma organizzata “per difendere tutti”: la gente. I cittadini, ai quali “non possiamo togliere, negare all’improvviso i servizi sociali, gli autobus e le scuole”, dicono in coro da una parte all’altra. Chissenefrega quanti sono, i sindaci, la massa c’è, dalle Alpi alle isole, Lampedusa compresa.

Sono una ventina, i sardi presenti, altri cento da casa hanno detto sì alla levata di scudi della loro associazione nazionale, l’Anci, contro la Manovra Tremonti, quella che provocherà il saccheggio, dice Umberto Cocco, sindaco appena eletto di Sedilo. Dentro la folla, c’è il resto della pattuglia sbarcata alle otto sull’altra sponda del Tirreno, confusa in una babele di fasce tricolori, listate a lutto, come promesso. Lingue e carnagioni mescolate, c’è un vicesindaco nero, governa in provincia di Roma, e un altro svela: «Sono cinese da parte di madre». L’Italia è cambiata, ma qui sta assieme bene, spalla contro spalla. Fa quadrato con facilità, senza pregiudizi, senza frantumazioni di territorio e censo politico. Nord e sud, destra e sinistra, marittimi e montanari: uniti per la causa. Ennio Cabiddu da Samassi tira la corda del prossimo cittadino-impiccato: è lui il capofila. Piccoletto e tignoso, sa tirarsi appresso quattro lombardi, due napoletani e sei siciliani, nel primo girotondo.

È un bel vedere, questa protesta che sa d’Italia schietta e genuina, negazione animata di chi sputa su tricolore, Inno e Unità della Nazione. Cabiddu guida, comanda e dice: «Amministro cinquemila abitanti e so quanti sacrifici faccio e impongo ogni giorno, perché nessuno di loro cada in disgrazia». Chi gli sta vicino, è un bergamasco, più alto una volta mezzo, e grosso almeno tre, ma l’entusiasmo di chi amministra «Samassì», non ci sarà verso di fargli cambiare l’accento, i lumbard sono fatti così, lo trascina nella ribellione. Solo dopo, il valligiano confesserà, sudato e paonazzo, di essere del centrodestra, ma s’inchina ammirato davanti alle parole del suo estemporaneo capitano eco-pacifista: «Il governo – dice Cabiddu – al mio Comune vuole portar via duecentomila euro e al tuo?»

Quasi il doppio, risponde l’altro: è una questione di proporzioni, ma ecco apparire subito la solidarietà nazionale, pura e dolce: «Se io sto male, tu stai peggio», dice ancora il sindaco nostrano, nel passare mano e corda a una cinquantina di napoletani. C’è voglia di farsi sentire, nella ressa tricolore davanti al palchetto tirato su per Sergio Chiamparino, il presidente dell’Anci. Nell’attesa, Antonio Canu da Sennori e Giovanna Sanna, Florinas, discutono di prossime rasoiate finanziarie e, amari, del fatto che essere stati virtuosi nella spesa non ha pagato. «Siamo stati dei sindaci fessi», fa eco ai due Nino Zanda, Gonnosfanadiga: «Invece di essere premiati, i comuni hanno fatto risparmiare quattro milioni allo Stato, ci prendono a randellate». Si sentono offesi e vilipesi: è un attentato alla democrazia, alla Costituzione, alla giustizia sociale, sottolineano due file più indietro. Con Tore Cherchi, Carbonia, che serra le fila dei sardi: è lui il presidente regionale dell’Anci. «La partecipazione – dice – è stata forte e trasversale. Speriamo che il governo lo capisca e faccia meno danni possibili».

Non sarà così: nessuna concessione arriverà dal ministro Tremonti. Lo stesso Giorgio La Spisa, assessore regionale al Bilancio, esce dall’incontro parlando di «netta chiusura da parte del ministro». Al massimo c’è spazio per rivedere il Patto di stabilità. Un altro nemico da abbattere: i Comuni hanno i soldi in cassa, ma non li possono spendere, altrimenti cresce il deficit. «È assurdo», dice Marco Sini, Monserrato, «Siamo alla tirannia», gli va dietro il vicesindaco di San Gavino, Bruno Deidda. La rabbia è spessa due metri sui sanpietrini, con Antonio Luigi Orani, Ittiri, molto preoccupato per quello che accadrà. Chi amministra sta in frontiera e sa che “la Sardegna ha bisogno dell’assiste sociale”, fa sapere Mauro Cois da Sarroch, che pure amministra uno dei comuni meno poveri fra i 377 dell’Isola: «Senza, sarà un disastro», commenta, con il suo assessore alle Finanze, Gianluigi Ganau, che dice secco: «Centosessanta mila euro in meno, tanto vogliono toglierci».

In tutto la Sardegna sarà impoverità di centosettanta milioni, è stata la previsione dell’Anci regionale. Un’enormità, per il sindaco di Sassari, Gianfranco Ganau, e tutti gli altri sardi in piazza. «Abbiamo già dato e dato molto», ritorna all’assalto il prode Ennio (Cabiddu) e quando lo dice, ecco apparire, due fontane prima, un filotto di autoblu. L’occasione è ghiotta, per lasciarsela sfuggire: «Taglino quelle, guardate quante sono: lo Stato è arrogante e centralista». Ma non doveva essere anche federalista? «Macché, dà sempre meno, e taglia sempre tanto». Parole sante, subito tradotte in bergamasco per quelli che chiudono il girotondo: «Abbracciami, tu che sei il sindaco di Samassì».

Fonte: La Nuova Sardegna del 24 giugno 2010

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