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Province tutte a rischio

Cancellati anche i confini territoriali dei quattro enti superstiti. E la Giunta ammette: «Forte incertezza legislativa, provvederemo».

Province tutte a rischio

Province tutte a rischio

Porto Cervo, il pezzo di Sardegna più noto al mondo: comune di Arzachena, provincia di? Non si sa. Prima era Sassari, ora Olbia-Tempio. Ma appena apparirà sul Bollettino ufficiale della Regione l’esito dei referendum, la provincia Gallura non esisterà più. E non è automatico il ritorno con Sassari. Dopo il voto, Arzachena non fa più parte di nessuna circoscrizione provinciale.

L’ALLARME E così Isili, Villacidro, Iglesias e tutti i cento comuni degli enti abrogati. Ma non solo: l’allarme si estende anche alle quattro province superstiti. Perché è stato abrogato anche l’atto che definiva le circoscrizioni territoriali, elencando i comuni di ogni provincia. Adesso non c’è più una norma simile. Paradossalmente, non sta scritto da nessuna parte che Cagliari sia in provincia di Cagliari. «È così», conferma Giulio Steri, avvocato dello Stato nonché capogruppo Udc, che già tre giorni fa avvertiva: «È difficile che rivivano le province vecchie». Anche perché resta valida la legge del 2003 che spostava da una parte all’altra vari comuni. Per l’assessore regionale agli Enti locali, Nicola Rassu, «è innegabile che gli esiti delle urne abbiano determinato una forte incertezza legislativa. Perciò l’assessorato sta affinando il testo di un disegno di legge verso un nuovo assetto territoriale». Una prima proposta sarà pronta «a giorni».

I PRESIDENTI SUPERSTITI «È stata minata l’esistenza di tutte le province», riflette il nuorese Roberto Deriu: «Io oggi presiedo un ente che non sa qual è il suo territorio. Ma se a un ente territoriale togli il territorio, possiamo dire che esiste?». Si dirà: sofismi di chi ha presentato ricorsi di ogni tipo contro i referendum. Ma da Oristano anche Massimiliano De Seneen, tutt’altra famiglia politica (Pdl anziché Pd), afferma che «i timori di un effetto di trascinamento sono fondati. L’abolizione delle nuove province potrebbe mettere a repentaglio le vecchie. Il territorio è un elemento cardine per l’esistenza degli enti».
«Di certo non possono essere i quattro consigli provinciali “storici” a rappresentare territori che non li hanno eletti», fa notare la presidente cagliaritana Angela Quaquero: «Se poi una norma ci assegnerà le funzioni degli enti soppressi, ce ne faremo carico. Ma senza quella norma non si può: potremmo anche essere chiamati a risponderne dalla Corte dei Conti». Alessandra Giudici (Sassari) se la prende col governatore Ugo Cappellacci: «Visto che ha speso soldi pubblici per gli spot della Regione pro-referendum, dovrebbe avere pronta la soluzione. Invece vediamo la solita superficialità. Non si riesce a parlare con la Giunta, non so cosa dire ai dipendenti. Un caos». «Si va verso la paralisi amministrativa», conclude Deriu: «Chi si azzarderà a compiere atti di governo di territori che non si sa a chi appartengono?».

IL CONSIGLIO Serve di certo una legge: in attesa del parere dei quattro supergiuristi incaricati dalla presidente del Consiglio regionale, Claudia Lombardo, la commissione Autonomia lavora ai collegi elettorali. Anch’essi erano definiti in riferimento alle Province: perciò ieri l’organismo guidato dal sardista Paolo Maninchedda ha accelerato i lavori sulle nuove regole per l’elezione del Consiglio. Non è escluso che si ricreino otto collegi, ma con un elenco puntuale dei comuni.

REAZIONI Secondo il Movimento referendario, l’immagine di una «Sardegna nel caos» è solo «la melassa della vecchia politica. La casta fatica a prendere atto del voto». Se poi c’è da legiferare, «il Consiglio è pagato per questo». È d’accordo il leader dei Riformatori, Michele Cossa: «La lacuna normativa è connaturata allo strumento referendario. Il Consiglio faccia ciò che gli compete. E comunque i sardi non si sono espressi contro le nuove province, ma per il taglio di tutte e otto».
Nel Pdl i consiglieri regionali degli enti abrogati parlano di «numerose criticità» da risolvere per legge. Per Roberto Capelli (Api), il «cambiamento» chiesto dai sardi si soddisfa con «la chiusura anticipata di una fallimentare legislatura» e l’elezione di una nuova classe dirigente: Capelli si dice pronto a non ricandidarsi e a «proporre mozione di sfiducia a Cappellacci, sempre che si riesca a rintracciarlo per notificargliela».

Fonte: Giuseppe Meloni, Unione sarda

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