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«Costretta a prostituirsi»

Il pm: la madre merita cinque anni, sette il fratello. La ragazza era scappata da casa dopo un anno di violenza.

Tribunale di Cagliari

Tribunale di Cagliari

Gli aguzzini stavano al suo fianco, erano sangue del suo sangue: non estranei senza scrupoli ma la madre e il fratello, la donna che l’aveva messa al mondo e l’uomo al cui fianco era cresciuta, aveva giocato, mangiato e vissuto. Solo che, a un certo punto della sua esistenza, lei (ragazza introversa, timida e affetta da una certa sofferenza mentale) si è ritrovata ad avere come coinquilini quasi due estranei che la costringevano a prostituirsi per portare denaro fresco a casa obbligandola a dare parte (gran parte) degli incassi. Un anno di minacce, botte e violenze psicologiche sino alla fuga, all’ingresso in una caserma dei carabinieri e alla denuncia.

«CONDANNA» Era l’ottobre 2003. Nove anni dopo a Cagliari si avvia alla conclusione il processo scaturito da quel racconto ai militari della stazione di San Gavino, centro abitato teatro della vicenda. Ieri in Tribunale il pm Gilberto Ganassi ha chiesto ai giudici della prima sezione penale la condanna a sette anni di reclusione per l’uomo e cinque per la donna (non ne pubblichiamo i nomi per non far risalire all’identità della vittima). Entrambi sono accusati di induzione e sfruttamento della prostituzione, reati ritenuti non sussistenti invece dall’avvocato difensore Davide Piasotti il quale ha chiesto l’assoluzione dei suoi assistiti. La sentenza arriverà il 14 dicembre.

LA VICENDA Dopo la denuncia l’imputato (oggi 47enne) era stato arrestato. Secondo la ricostruzione della vittima e le successive indagini, tutto era cominciato nel settembre del 2002: da allora l’uomo aveva costretto la sorella ad avere rapporti sessuali nell’abitazione sua e della madre, consapevole di tutto, con decine di persone approfittando del suo precario stato di salute mentale. I clienti pagavano centinaia di euro e per la donna, nel caso rifiutasse la prestazione, erano botte (calci e pugni) e minacce di morte. Più volte lei aveva tentato di fuggire però mai aveva avuto il coraggio di denunciare il fratello nonostante in alcuni giorni fossero ben evidenti i lividi e le escoriazioni sul volto e sul corpo. Gli stessi vicini di casa e i conoscenti avevano sempre pensato a una casualità o a problemi legati ai suoi disturbi: spesso andava in escandescenze e colpiva le pareti di casa ferendosi da sola. Così erano state sottovalutate anche le urla provenienti dalla casa, episodi che si era pensato fossero dovuti alle sue crisi di nervi. Invece la realtà era ben diversa, ma solo la denuncia della ragazza aveva potuto scoperchiare quell’inferno domestico. Oggi, nove anni dopo, si attende una sentenza che faccia luce sulle eventuali responsabilità.

Fonte: Andrea Manunza, Unione Sarda

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