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Trent’anni di crisi

Trent’anni di crisi

Trent’anni di crisi

Crisi, crisi, crisi. Non si sente parlare d’altro su giornali, notiziari e anche online. Per me, però, che sono nato agli inizi degli anni ‘80, la parola crisi è sempre stata una costante. Non c’è mai stato, a mia memoria, un anno in cui gli albergatori e i commercianti non si lamentassero, in tv, della diminuzione dei clienti e dei turisti. Siamo in trend negativo da almeno 30 anni, a quanto pare. Ma se da una parte è sicuramente vero che ci sono tante famiglie e imprese in difficoltà, dall’altra mi sono fermato a pensare a come facevano i nostri – evidentemente fortunatissimi – genitori a crescerci in anni comunque “di crisi”. Le differenze tra la mia generazione e quella precedente sono enormi.

Gli stili di vita e le pretese di giovani e meno giovani d’oggi sono molto distanti da quelle di 30 anni fa. Voi direte che con lo stipendio di un operaio ci si riusciva a costruire una famiglia, una casa, un futuro. Verissimo. Ma avete mai visto quell’operaio concedersi cene in pizzeria o ristorante con la nostra frequenza? Avete mai visto le mogli casalinghe di quei lavoratori pagare 50 mila lire ogni due settimane per l’estetista? Non c’erano i cellulari attuali, ma esistevano tantissimi altri gadgets costosi (impianti stereo, autoradio, televisori a schermo piatto) che semplicemente non si compravano, se non ce li si poteva permettere.

Ora, invece è diverso. Pretendiamo quasi di regalarci uno stile di vita che non ci possiamo concedere. Così vedi un disoccupato, a cui non è stato rinnovato un contratto semestrale, che lamenta di non riuscire a pagare le rate del suo BMW, o magari che non riesce più a onorare le rate di un mutuo a tasso variabile schizzato alle stelle, o ancora l’imprenditore che piange miseria nel non riuscire a pagare gli onorari ai suoi dipendenti, ma poi acquista un SUV il cui costo coprirebbe gli stipendi di tre persone per un anno. Ogni caso è a sé stante, ne siamo tutti consapevoli, ma non possiamo negare che negli ultimi anni – complice forse la televisione – abbiamo imparato a volere tutto e volerlo subito, compiendo meno sacrifici possibili. Lavori stagionali in campagna, durissimi, come raccogliere pomodori a giornata, non vuole farli nessuno, e in alcuni casi abbiamo anche il barbaro coraggio di dire che gli extracomunitari ci stanno rubando il lavoro.

La mia impressione è che si sia innalzato il livello medio del tenore di vita – e di qualità del lavoro – preteso da ognuno di noi. Quindi è vero che la crisi si è aggravata negli ultimi anni, basti pensare al fatto che le pensioni minime sono sempre più basse e che con l’entrata in vigore dell’euro tanti furbetti hanno raddoppiato i prezzi, facendo crollare il potere d’acquisto di tante famiglie. Ma sono certo che sia anche una “educazione al sacrificio” a mancare a tanti di noi. I nostri genitori rinunciavano alle serate in ristorante con gli amici (era un evento eccezionale, quando capitava), non avrebbero speso mezzo stipendio per acquistare un telefono, non avrebbero esaudito ogni capriccio o desiderio, loro o dei propri figli.

Negli anni ‘80 (e chi è più vecchio di me confermerà che prima andava ancora peggio: chiedete ai vostri genitori se mangiavano carne tutti i giorni, tanto per capirci) si faceva di certo una vita meno agiata di quella attuale. E allora magari lasciamo che a parlare di crisi siano quelle famiglie che davvero non riescono a comprare il pane, quelle che non possono spendere perché vola via tutto in affitto e bollette, quelle che non hanno niente e si arrangiano con lavoretti saltuari o con 500 euro di pensione, evitando tutti gli sprechi. Ma non mi venga a parlare di crisi e sacrifici chi non rinuncia a nulla, ma poi non ha i soldi per vivere da pascià.

É un insulto per chi è povero davvero, e lo è anche per i nostri genitori, che i sacrifici li hanno fatti sul serio: per crescerci, per farci studiare, per garantirci un futuro migliore del loro.

Fonte: Simone Usai, Comprendo

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