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Quanto vale vivere in Sardegna?

Agosto è, per antonomasia, il mese in cui si godono le ferie e si riabbracciano i vecchi amici che tornano “dal continente” per passare qualche giorno nella loro terra natia. La festa di Santa Chiara, che propone tra i tanti appuntamenti anche la giornata dedicata agli emigrati, offre tanti spunti di riflessione. Mai, come quest’anno, mi sono trovato a rimuginare sulle implicazioni di una scelta così ardua come quella di partire per cercare fortuna altrove.

Scivu, uno dei paradisi della nostra isola

Scivu, uno dei paradisi della nostra isola

Sono combattuto: se da un lato tanti giovani non hanno avuto scelta, a causa della quasi totale assenza di sbocchi lavorativi, dall’altra leggo, negli occhi e nelle parole di chi rientra per Ferragosto, una nostalgia che non può essere curata se non dall’azzurro impareggiabile dei nostri mari, dalla bontà del cibo delle nostre tavole, e dalla genuinità e cordialità.

E una sintesi di questo conflitto interiore l’ho ritrovata nelle decisioni opposte di due amici. Uno, che dopo una lunga esperienza all’estero ha provato a rientrare in Sardegna, scontrandosi con la scarsità di prospettive: la decisione è stata quella di ripartire a fine stagione. L’altro, che invece lavora fuori e sarebbe disposto a rientrare, se trovasse un lavoro, anche con uno stipendio inferiore, pur di poter stare in Sardegna tutto l’anno.

La nostra terra affronta una delle peggiori crisi di sempre, ed è davvero difficile trovare un impiego “fisso” e che possa dare un minimo di sicurezza, per costruire un futuro. Però è anche vero che spesso, studiando, industriandosi, dandosi da fare (molto più di quanto si debba fare altrove) talvolta si riesce a realizzare la propria vita anche qui. Questo è uno dei motivi per cui tanti di noi resistono al richiamo delle sirene estere, che garantirebbero un tenore di vita più agiato, una bella casa, un posto fisso. Ma poi sentiamo le parole di queste persone, con accento “contaminato” da inflessioni romane, torinesi o milanesi.

E ancor di più “sentiamo” quello che dicono i loro occhi, e ci chiediamo quanto valga davvero un anno di vita nel continente. Quanto vale, in euro, la libertà di godersi le nostre coste impareggiabili? Quanto vale uscire dal lavoro e fiondarsi in una delle nostre spiagge a godersi il tramonto? Quanto vale il pecorino o il prosciutto barbaricino? Che valore dare a ciò che effettivamente è impagabile? Queste domande sono destinate a restare senza risposta. La qualità della vita ha parametri personali e più che discutibili, e non saremo mai tutti d’accordo.

Ma appropriandomi indebitamente di una canzone di un gruppo folk modenese, che spesso ha musicato la nostalgia di chi è costretto a partire per terre lontane, vorrei dedicare alla mia terra, e agli emigrati sardi, questi pochi versi.

“Hai i fianchi robusti di una vecchia signora
e i modi un po’ rudi della gente di mare,
ti trascini tra fango, sudore e risate
e la puzza di alcool nelle notti d’estate.
[…]
I tuoi esuli parlano lingue straniere,
si addormentano soli, sognando i tuoi cieli,
si ritrovano persi in paesi lontani
a cantare una terra di profughi e santi.”

Fonte: Simone Usai, Comprendo

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