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Il “decreto Salva Italia” l’ha creata e solo oggi capiamo che forse l’Italia si salverà ma gli italiani continuano a navigare a vista. Stiamo parlando della Tares, introdotta nel nostro ordinamento dal Governo Monti alla fine del 2011 in sostituzione della Tarsu. È dunque un tributo in tema di gestione dei rifiuti, è l’acronimo di Tassa Rifiuti e Servizi.

Mamma, la Tares!
Mamma, la Tares!

L’imposta si basa sulla superficie dell’immobile, il numero dei residenti, l’uso e la produzione media dei rifiuti. L’obiettivo del gettito ottenuto da questa tassa è la copertura di tutti i servizi di raccolta e smaltimento del Comune.

Ma perché la Tares è così elevata? Perché dovrà coprire il 100% dei costi sostenuti dal Comune mentre col vecchio sistema se ne copriva circa l’80%. Inoltre coprirà anche i cosiddetti servizi indivisibili, cioè tutti quei servizi per i quali si considera ne possa usufruire l’intera popolazione e per i quali non si può scindere il reale usufruitore da chi non ne usufruisce. Per capirci, ci riferiamo all’illuminazione pubblica, le strade, i vigili urbani e il verde cittadino.

Ma la verità è che la componente rifiuti della Tares incide in maniera forse troppo elevata, questo a causa dei costi molto alti dei servizi connessi ai rifiuti, su tutti quello dello smaltimento in discarica. Ed è proprio per questo che l’utente trae pochi benefici, in senso economico, dalla separazione dei rifiuti. La normativa regionale infatti, obbliga il conferimento in discarica e al Casic (Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Cagliari).

Sia ben chiaro, la differenziazione dei rifiuti fatta dai singoli cittadini è fondamentale per ridurre la crescita delle discariche e per recuperare le materie prime di cui i rifiuti si compongono, quello che tutti noi chiamiamo “riciclare”. Anche se capiamo che l’idea di un paese ecosostenibile non sia la prima cosa venuta in mente a chi aveva appena letto la cifra da pagare per la Tares.

Fonte: Luca Fois, Comprendo

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