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I Promessi Sposi di Michele Sinisi al Teatro di San Gavino Monreale

Viaggio tra le righe di un capolavoro del Romanticismo italiano con “I Promessi Sposi”, interessante e originale trasposizione teatrale del romanzo di Alessandro Manzoni con adattamento e regia di Michele Sinisi, che firma anche la scrittura scenica insieme con Francesco M. Asselta, per una rilettura in chiave contemporanea dell’opera, in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC per la Stagione de La Grande Prosa 2018-2019 – nell’ambito del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna.

La pièce debutterà in prima regionale mercoledì 23 gennaio alle 21 al Teatro Comunale di San Gavino Monreale, nell’ambito del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna.

I Promessi Sposi di Michele Sinisi al Teatro di San Gavino Monreale

I Promessi Sposi di Michele Sinisi al Teatro di San Gavino Monreale

Sotto i riflettori Diletta AcquavivaStefano BraschiGianni D’AddarioMichele De PaolaGiulia EugeniFrancesca GabucciCiro MasellaStefania MedriGiuditta Mingucci e Donato Paternoster che formano un affiatato e agguerrito cast capace di spaziare tra ironia e dramma, tra la cifra grottesca e graffiante, quasi trasgressiva di un gioco metateatrale che rompe la quarta parete e chiama in causa direttamente il pubblico e il lirismo e i toni intimistici di alcuni passaggi come lo struggente “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo…” che si tinge di accenti stranieri sul tema dell’esilio e della nostalgia.

“I Promessi Sposi” mette in risalto l’intrecciarsi della Storia e delle vicende individuali, l’influsso di eventi come guerre e catastrofi, tra cui l’emblematica peste, sul destino e sulle scelte dei singoli e indaga il ruolo e il significato della Provvidenza, fra la tensione spirituale verso il divino che si traduce in impegno personale nelle menti più illuminate e una predisposizione a fatalismo e rassegnazione per i più deboli, incapaci di opporsi a forze sovrastanti, pronti a sottomettersi per convenienza o paura e a farsi perfino strumento del male.

Il dilemma antico tra fede e ragione, etica e politica trova nel romanzo molteplici declinazioni, ciascun personaggio si trova a far fronte ai capricci della sorte e tutto sembra congiurare perché s’inveri quell’ordine trasmesso dai bravi ad un timoroso Don Abbondio: «Questo matrimonio non s’ha da fare». Una frase minacciosa diventata imperativo categorico per il povero sacerdote, vittima della propria paura, ben misero baluardo davanti alla prepotenza e all’arroganza, che qui ritorna, tracciata in rosso sui muri alla maniera dei writers, in un rimando alla cultura hip hop e alle periferie metropolitane, non molto diverse in fondo dalla Lombardia del Seicento dove imperavano banditi e signorotti locali.

Michele Sinisi coglie il nucleo centrale del romanzo e gli snodi narrativi, per trasferirli in una dinamica teatrale in cui ciascun personaggio assume un carattere e un rilievo e “a tutto tondo”, dall’irrequieta Lucia adolescente, ben diversa almeno apparentemente dalla mite fanciulla che cerca rifugio in convento, a un inedito Don Rodrigo femmina, seducente e pericolosa incarnazione del male, simbolo di una perfidia fine a se stessa, di una crudeltà spietata che sfiora i limiti dell’umano.

Creature singolari che conservano in sé i tratti fondamentali e riconoscibili ma capaci di aderire e farsi specchio dell’immaginario dei singoli spettatori, così come quel microcosmo disegnato dalla penna dello scrittore milanese corrisponde e riflette la società, quella corrotta e frammentata da guerre e invasioni dell’Italia del XVII secolo e quella contemporanea, in cui violazioni delle leggi divine e terrene e abusi di potere ma anche singolari esempi di bonomia e generosità rappresentano gli estremi nell’eterna lotta tra il bene e il male.

Focus sulle vite degli ultimi e degli umili – nel primo romanzo moderno nella storia della letteratura italiana, in cui i documenti, gli studi e le ricerche d’archivio offrono spunti e materia per la narrazione ma soprattutto illuminano il contesto in cui l’amore contrastato fra due giovani, a causa delle mire e dell’indebita passione del potente di turno, e con la conseguente fuga, tra mille peripezie, diventa il fil rouge intorno a cui si compone un affascinante affresco di varia umanità, tra vizi e virtù.

Figure centrali del racconto, Renzo e Lucia affrontano il mondo e i suoi pericoli, fuori dallo stretto confine del villaggio natio, soffrono la malinconia dell’esilio e fanno esperienza della malvagità come della bontà, mentre perfino la sciagura della peste, con i suoi cumuli di morti, appare e meno spaventosa della cattiveria e della malizia di chi sceglie deliberatamente la via di una turpe amoralità.

“I Promessi Sposi” tocca questioni cruciali come la responsabilità individuale ma anche l’imperscrutabilità del volere divino, quell’inspiegabile “silenzio” di Dio che lascia l’umanità attonita e sgomenta davanti ad immani tragedie, in un “disegno” troppo ampio perché la ragione possa comprenderlo, ma resta allo spettatore il compito di interrogarsi e eventualmente giudicare le azioni e le omissioni, oltre al divertimento e al gusto di ritrovarsi fra le proiezioni in carne e ossa di icone dell’immaginario e immergersi nelle atmosfere a tratti fantasiose ma speso crudamente realistiche di una delle opere fondanti della cultura e dell’identità del Belpaese.

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