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San Gavino Monreale
giovedì, 1 Ottobre 2020

Breve storia delle malattie a San Gavino Monreale

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Stiamo vivendo una situazione inaspettata alla quale non eravamo preparati. Eppure, la storia dell’uomo ci insegna che il futuro è sempre lì, non sparisce, nemmeno in presenza di situazioni come questa del Covid-19.

Anche il villaggio di San Gavino, nel corso dei secoli, fu spesso attraversato da periodi di forti carestie e di pandemie. Se per i primi secoli D.C. abbiamo scarsissima documentazione, è più facile tracciare un bilancio di tutti gli episodi di pestilenze che si susseguirono nella nostra isola nei secoli successivi.

La prima che viene in mente è la grande Peste del ‘300, che nel corso degli anni portò via anche delle figure particolarmente legate al nostro territorio, come alcuni membri della famiglia giudicale: Mariano IV d’Arborea e sua figlia Eleonora, tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo.

Con il passare dei secoli la situazione non migliorò: ci furono ben due carestie, quella del 1539-40 e del 1569, oltre alla pestilenza del 1528-29. Proprio quest’ultima, probabilmente, potrebbe essere stata determinante per l’edificazione di una nuova chiesa, intitolata a San Sebastiano. Il santo era invocato come protettore contro la peste: ancora per la grande piaga bubbonica del 1652-56, si teneva viva la lampada votiva in onore del santo, benché il morbo avesse ridotto San Gavino a “…soltanto tredici famiglie non intiere…”. Stando ad una delibera del Consiglio Generale del Castello di Cagliari, il paese “…appariva in gran parte spopolato, dopo aver dovuto registrare un numero altissimo tra morti e colpiti dal contagio…”.

Come si diffuse questa pestilenza considerata “castigos de Dios”?

Una testimonianza afferma che: “…El primer lugar donde se apegò fue San Gavino de Monreal, que por medio de un sassarez que pasiò alli, y se entreturò un rato en una casa y luego se hizieron todas las diligencias possibles para impedir que en la comunicacion no se inficionassen los demas lugares…”. Il passo riporta di un sassarese, sfuggito al controllo delle autorità sanitarie cagliaritane, che si trattenne per poco in una abitazione del nostro villaggio, causando un terribile contagio. Le misure adottate furono insufficienti e soltanto nelle prime due settimane morirono ben trecento persone.

Pure i frati francescani del convento di Santa Lucia furono duramente colpiti dalla peste, alla quale è collegata la leggenda di “Sa musca macedda”: sappiamo, infatti, che “…nel 1653 i sacerdoti di questo convento erano in ristretto numero dopo il contagio…”.

Furono le autorità religiose, probabilmente, ad occuparsi delle vittime del contagio: il toponimo “su spidali” parrebbe far pensare ad un punto di soccorso per gli appestati che, successivamente alla loro morte, furono sepolti in fosse comuni, dopo però che i cadaveri venissero esposti per la cerimonia funebre e trasportati dal “baullu de totus”, una specie di cassa con le stanghe nel quale venivano posti i cadaveri.

Anche il Settecento portò con sé diversi periodi di carestie e pestilenze varie. Si susseguirono, difatti, ripetute “malas ańadas”: la prima, nel 1728, una disastrosa carestia seguita da una invasione di cavallette e – nel 1798 – un’epidemia di “…febbri maligne e contagiose che provocarono 150 decessi tra la popolazione…”.

All’inizio dell’Ottocento si ricorda “s’annu de su famini”, ovvero la terribile carestia del 1812 (il terribile “annu doxi”), che avrebbe ucciso 254 persone, seguita poi da altri episodi analoghi anche tra il 1816 e il 1818.

Alberto Serra

#restiamoacasa #andràtuttobene #deuabarruindomu

Per approfondire
CASTI, Sa Bidda de Santu ‘Engiu, 1989
CASTI, Santu ‘Engiu Arrogus de storia, 1997
CASTI, Nòsu santuingèsus, 2003
CASTI, Sa musca macedda in bidda, 2013

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