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giovedì, 22 Ottobre 2020

Coronavirus, gli aspetti psicologici della pandemia

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La situazione di precarietà dovuta all’emergenza coronavirus ha messo a dura prova la nostra stabilità, talvolta minando la salute psicologica delle persone.

La preoccupazione causata dai dati sui contagi e sui decessi, spesso con casi molto vicini alle nostre famiglie, unita alla preoccupazione per il lavoro e la situazione economica, hanno avuto un effetto non trascurabile sul nostro modo di percepire la realtà. Senza contare il distanziamento sociale, l’allontanamento forzato da affetti e amicizie e per i più piccoli la chiusura delle scuole.

Tutto questo ha influenzato le nostre vite in maniera forse indelebile. Ne abbiamo parlato con Marianna Chessa, psicologa e psicoterapeuta di San Gavino Monreale, rivolgendole alcune domande.

Il coronavirus ha avuto un impatto importante su sanità ed economia. Ma ci sono anche effetti sulla psiche delle persone, dopo una quarantena forzata e con la paura della malattia?

Sicuramente si. Il clima di grande incertezza che stiamo vivendo da qualche mese può generare nelle persone sentimenti condivisi di allerta, grande preoccupazione, turbamento, paura, che possono sfociare in stati emotivi e comportamenti difficili da gestire come l’angoscia (ansia e attacchi di panico). Tale condizione di stress può arrivare ad assumere forme molto disfunzionali fino ad una sintomatologia molto simile al disturbo post-traumatico da stress o all’ipocondria.

Oltre a ciò sono cambiate radicalmente le nostre abitudini di vita, la quotidianità e le modalità di relazione.  La quarantena forzata ha avuto conseguenze oltre che sull’equilibrio psicologico del singolo individuo anche sulle dinamiche familiari imponendo a tutti nuovi assetti relazionali per fronteggiare uno stato emotivo e sociale di emergenza.

I bambini sono stati molto sacrificati, tra studio da casa, modifica delle routine e rinuncia alla socializzazione. Quali sono i possibili effetti e quali i campanelli d’allarme?

L’emergenza coronavirus ha modificato la routine di tutti, compresa quella dei bambini. Improvvisamente si sono ritrovati senza scuola, senza attività sportiva o ludica di gruppo, senza la possibilità di uscire e senza tutta una serie di relazioni con figure per loro molto significative (pensiamo ai nonni e agli insegnanti).

È importante differenziare però, infatti non per tutti i bambini sarà la stessa cosa. Per i più piccoli (0-6 anni) per esempio è ancora più difficile fronteggiare questa situazione perché non capiscono fino in fondo quello che sta accadendo loro e non riescono a mantenere l’informazione acquisita con continuità. I bambini dai 6 anni in poi sono già scolarizzati e hanno maggiore capacità di comprensione e di mantenere l’informazione nella loro mente, inoltre hanno ritmi acquisiti per lo svolgimento delle attività della giornata e riescono a mantenere maggiori contatti con i pari attraverso le tecnologie.

Questa situazione genera diverse emozioni in loro e le più comuni sono: la rabbia, la tristezza, la solitudine e la paura; ovviamente queste reazioni dipenderanno anche dalla situazione che vivono personalmente e saranno diverse per i bambini con bisogni speciali e con terapie in corso, per i bambini in carico ai servizi, per i bambini che hanno genitori separati o che vivono in famiglie in cui c’è alta conflittualità.

I campanelli d’allarme sono diversi da quelli che riscontriamo negli adulti e generalmente riguardano i loro comportamenti; alcuni indicatori possono essere le modifiche dei loro ritmi abituali, se i bambini non dormono (o dormono poco) o non mangiano, o mangiano troppo. Anche i risvegli notturni o le regressioni rispetto alle autonomie raggiunte possono essere dei segnali. È importante ritagliarsi degli spazi esclusivi con loro, infatti anche se con il lockdown si sta a casa tutto il giorno non vuol dire che si è presenti e ci si dedica a loro. E’ importante inoltre spiegargli cosa sta succedendo e cercare di tranquillizzarli sulla temporaneità della situazione che stanno vivendo. I bambini sono molto flessibili e quindi una volta che finirà questa esperienza probabilmente la maggior parte dei comportamenti problematici rientreranno nella normalità.

Chi era sotto terapia ha potuto continuare al telefono o in videochiamata? La psicoterapia funziona anche a distanza o c’è bisogno di recuperare il contatto “visivo” con il paziente?

Le terapie sono proseguite a distanza con delle differenze rispetto alle sedute in presenza. Questo non vuol dire con minore efficacia o validità. Ci sono terapie che addirittura sono incominciate durante questa emergenza e quindi anche il primo incontro è avvenuto senza incontrarci di persona ma solo attraverso il contatto telefonico. Nella mia esperienza professionale ho seguito i miei pazienti con diverse modalità in base alle situazioni e alle preferenze personali. Alcune persone sono più a loro agio con una videochiamata, altre invece preferiscono solo la chiamata senza il contatto visivo. All’inizio ci sono state un po’ di resistenze, soprattutto da parte dei pazienti, infatti io già utilizzavo queste modalità con persone fuori dalla Sardegna o con chi aveva difficoltà negli spostamenti. Devo ammettere che ci sono molti elementi a favore:

  • la distanza fisica non è più un limite e si può scegliere un professionista fuori dal proprio territorio;
  • vengono abbattuti i tempi per gli spostamenti (da casa allo studio e viceversa);
  • anche le persone che non possono agevolmente spostarsi da casa possono seguire regolarmente una terapia;
  • si mantiene una maggiore privacy perché il paziente non incorre nel rischio di essere visto da qualche conoscente o familiare a cui non vuole far sapere della propria scelta personale.

Queste sono alcune motivazioni che in determinate situazioni consentiranno alle persone di poter scegliere la terapia on line anche dopo questo periodo di pandemia.

Ovviamente il contatto visivo e l’interazione in presenza hanno un valore aggiunto soprattutto in determinate situazioni, mi riferisco in particolare alle terapie con i più piccoli o alle situazioni traumatiche dove è più difficile lavorare a distanza.

C’è il rischio di una sorta di sindrome del prigioniero in cui ci si abitua all’isolamento e si fa fatica a riprendere il contatto con l’esterno?

Sicuramente avremo bisogno di un ritorno graduale alla normalità. È stato faticoso e impegnativo adattarsi e stare a lungo dentro casa, ora sarà “difficile” stare fuori. Abbiamo bisogno di adattarci a questa nuova fase attraverso un normale processo fisiologico che si attiva con il cambiamento (che può essere positivo o negativo) e che si chiama per l’appunto ”Adattamento”. Preferisco non usare il termine “Sindrome” perché quello che abbiamo e che stiamo ancora vivendo non è patologico ma è un processo normale e naturale, quindi dobbiamo darci il tempo di recuperare le nostre abitudini e la nostra serenità.

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito web www.mariannachessa.it

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