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martedì, 19 Gennaio 2021

La vicina di casa “menefreghista” e noi positivi al Covid-19, la lettera di una mamma

Emergenza sanitaria

Noi siamo una famiglia con bimbi. In questi tempi di coronavirus non abbiamo praticamente vita sociale, lavoriamo da casa, i nostri unici contatti derivano (oltre che dai negozi) quasi esclusivamente dagli asili. Diciamo che abbiamo interrotto tutte le attività e i contatti non essenziali, perché crediamo nell’importanza di poter continuare almeno con gli asili, magari frequentando non assiduamente, facendo qualche ora al giorno in meno, ma senza rinunciarvi del tutto.

Ah, sì, poi c’è la nostra vicina. La vicina di casa vive sola, ha una figlia, ma in un’altra città. Si annoia e ha crisi d’ansia, così noi, che viviamo al piano di sopra, ogni tanto ci fermiamo a far chiacchiere con lei. Contrariamente a molti altri, che salutano e scappano, lei vuole parlare e ciò fa piacere. Quasi sempre. Siamo in tempi di coronavirus, ci sono delle regole da rispettare ma, chissà, a volte ce le dimentichiamo. Così capita che la vicina salga da noi, bussi alla porta e, non appena apriamo, senza mascherina e senza troppe domande, ecco che entra. Entra e chiacchiera, entra e ci rimane per ore, mentre io apro tutte le finestre a disposizione, anche se fuori fa freddo. Vuole parlare e ci racconta che è stata tutto il giorno fuori con un’amica, che le ha raccontato di un’altra amica. Ci parla della festa di compleanno a cui è stata ieri, di quella, un po’ segreta, per la verità, a cui andrà nel fine settimana. Ha una certa età, ma va a un sacco di feste, a differenza nostra. Vede un sacco di gente, tutti i giorni, tante, diverse persone. Probabilmente non usa mai la mascherina, se non è obbligata e se non si trova al sicuro da occhi indiscreti. Giorni fa l’ho invitata a cena, salvo poi tirarmi indietro: scusami, mio marito è un po’ raffreddato, meglio di no. Sembra capire o regge il gioco, ma poi aggiunge: macché, anche io ero raffreddata… In quel momento raggeliamo, mentre l’accompagniamo alla porta, imbarazzati.

Ecco, oggi è il quinto giorno che ho la febbriciattola. Il quarto giorno consecutivo che non sento nessun odore, nulla, nemmeno quello dei pannolini dei miei figli, nemmeno quello del caffè, quello di nessuna spezia, mediterranea o esotica che sia. Niente, nemmeno quello dell’alcool o della candeggina. La malaleuca, nemmeno la puzzolentissima malaleuca. Il nulla. Sono tre giorni che mi sono accorta che qualcosa non andava, che non era un raffreddore, né quello di mio marito, né il mio, iniziato qualche giorno dopo il suo. Quegli aghi infilati al naso, quel terribile mal di testa che non passa, i brividi tremendi, la spossatezza, i dolori alle ossa. Da quando quella febbricciattola, al secondo giorno di sintomi, ha minacciato di raggiungere i 38°, ho pensato che non dovevo mandare più i bimbi all’asilo, per quanto fossero sani, ho smesso di uscire io stessa. Il grande ha protestato, ma mentre i giorni passano, anche se restare chiusi qua dentro in quattro ci costa fatica, pensiamo che ne è valsa la pena.

Ma nella testa ho solo un pensiero: quanti si comportano davvero come noi? Quanti, anche se non stanno male (perché in fondo siamo stati fortunati), si “autodenunciano” chiedendo il tampone ma soprattutto imponendo a se stessi la quarantena, per tutelare gli altri? Non finisce qui. Ho avvisato la vicina del nostro “sospetto” e che uno di noi due avrebbe fatto il test. Si poi è fatta viva per chiederci: “se il test è positivo, non indicatemi come vostro contatto”. Aveva un’espressione storta, nervosa. E ha detto proprio così: dovevamo mentire, per escluderla dalla catena dei contatti. Lei, il quasi nostro unico contatto che ha però, a sua volta, mille contatti. In pratica, ci ha chiesto di vanificare i nostri sforzi, facendoci fare la quarantena da soli, dopo essere stata ripetutamente a casa nostra ed essendo lei stessa un potenziale veicolo, oltre che destinatario, della malattia. Chiamatelo come volete, nichilismo, egoismo, menefreghismo, vigliaccheria, non importa tanto, perché son cose che si possono cambiare, volendo. Il mio terrore è un altro: quanti si comportano quotidianamente come lei, che con piccoli gesti vanificano, buttano al cesso il lavoro e il sacrificio di tanti?

Ad ogni modo: visto che si può sempre migliorare, forse, anche lei, la vicina, capirà, a partire da ciò che è accaduto a noi e potrebbe accadere a lei (ci auguriamo seriamente che non le accada nulla!), potrà cambiare il suo modo di vivere questa pandemia. La paura rende un po’ vigliacchi, egoisti, bugiardi. La solidarietà rende più forti, coraggiosi, migliori.

Mamma Giovanna

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