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giovedì, 30 Giugno 2022

10 febbraio: “Giornata del ricordo” delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata

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Con l’espressione “massacri delle foibe“, o sovente solo “foibe“, si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, occorsi durante la Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici in cui furono gettati molti dei corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto, “foibe”. Per estensione i termini “foibe” e il neologismo “infoibare” sono diventati sinonimi di uccisioni che in realtà furono in massima parte perpetrate in modo diverso o in altri luoghi: la maggioranza delle vittime morì nei campi di prigionia iugoslavi o durante la deportazione verso di essi.
 

Il fenomeno dei massacri delle foibe è da inquadrare storicamente nell’ambito della secolare disputa fra italiani e popoli slavi per il possesso delle terre dell’Adriatico orientale, nelle lotte intestine fra i diversi popoli che vivevano in quell’area e nelle grandi ondate epurative iugoslave del dopoguerra, che colpirono centinaia di migliaia di persone in un paese nel quale, con il crollo della dittatura fascista, andava imponendosi quella di stampo filosovietico, con mire sui territori di diversi paesi confinanti.

Durante tutta la durata del secondo conflitto bellico mondiale vennero perpetrate da tutte le parti in causa numerosi crimini di guerra.

Nella provincia di Lubiana, fallito il tentativo italiano del 1941 di instaurare un regime di occupazione morbido, emerse presto un movimento resistenziale slavo: la conseguente repressione italiana fu dura ed in molti casi furono commessi crimini di guerra con devastazioni di villaggi e rappresaglie contro la popolazione civile. Le sanguinose rappresaglie attuate dal Regio Esercito italiano per reprimere le azioni di guerriglia partigiana aumentarono il risentimento della popolazione slava nei confronti degli italiani. A scopo repressivo, numerosi civili sloveni furono deportati nei campi di concentramento e nei territori annessi fu avviata una politica di italianizzazione forzata del territorio e della popolazione.
 
L’8 settembre 1943 con l’armistizio tra Italia e Alleati, si verifica il collasso del Regio Esercito. I partigiani sloveni occuparono quindi buona parte della regione e il comitato esecutivo provvisorio di liberazione emise centinaia di condanne a morte: le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista iugoslavo che s’intendeva creare. Si parla di funzionari e dipendenti pubblici, insegnanti, impiegati, sacerdoti, parte della dirigenza italiana contraria sia al comunismo che al fascismo, partigiani e semplici cittadini. I condannati vennero giustiziati e scaraventati a centinaia nelle foibe, a volte mentre erano ancora in vita. Dopo la liberazione dall’occupazione tedesca, a partire dal maggio del 1945, 

il potere venne assunto dalle forze partigiane jugoslave, cosicchè tale periodo fu funestato da persecuzioni, arresti, sparizioni e uccisioni.

Con la Legge n. 92 del 30 marzo 2004 è stata istituita la solennità civile nazionale italiana denominata “Il Giorno del ricordo“, la quale viene celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Con essa s’intende conservare e rinnovare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. La scelta del 10 febbraio come data della commemorazione si deve al fatto che in quel giorno del 1947 venne firmato il trattato di pace che assegnava alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia.

Il primo anno in cui si celebrò il Giorno del ricordo fu il 2005 e in quell’occasione l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi espresse tali importanti parole: “Questi drammatici avvenimenti formano parte integrante della nostra vicenda nazionale; devono essere radicati nela nostra memoria; ricordati e spiegati alle nuove generazioni. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono. […] Italiani, sloveni e croati possono guardare con fiducia ad un comune futuro, possono costruirlo insieme”.

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