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giovedì, 30 Giugno 2022

Moda, i freni alla ripresa dei 338 piccoli produttori della Sardegna

Emergenza sanitaria

Dinamiche post covid e rincaro dei materiali: ecco i freni alla ripresa dei 338 piccoli produttori sardi di abbigliamento. Parlano i sarti di Confartigianato Sardegna: “Le nuove esigenze dei clienti hanno cambiato il mercato ma sono l’aumento del costo dei semilavorati e i lunghi tempi di attesa delle stoffe i fattori che stanno mettendo in difficoltà i laboratori di sartoria”. L’idea di Confartigianato Sardegna contro la mancanza di materie prime: coltivare il cotone nell’Isola.

Per il comparto moda, sardo e nazionale, i produttori di abbigliamento, del tessile e delle lavorazioni in pelle, gli ultimi due anni sono stati i più duri dal secondo dopoguerra. Prima del Covid questo settore era uno dei fiori all’occhiello del made in Italy e del lusso da esportazione ma ora, con la mancanza di materie prime, l’aumento dei prezzi e la crisi internazionale, le imprese rischiano l’affossamento del fatturato e una frenata della ripresa.

Per stilisti, sarti, produttori e designer di abiti, calzature e accessori d’abbigliamento sono molteplici i fattori che stanno mettendo a dura prova la ripresa della moda a livello nazionale, e anche in Sardegna; tar questi la mancanza di materie prime, il loro costo fuori controllo, le nuove esigenze della clientela e la chiusura di importanti mercati internazionali.

Un settore, che nella nostra regione conta 268 realtà artigiane (il 79,3%) sulle 338 micro e piccole imprese totali del territorio (115 dell’abbigliamento, 142 del tessile e 41 della lavorazione della pelle), con 539 addetti artigiani sui 798 complessivi nel settore.

Sono questi i numeri, elaborati dall’Ufficio Studi di Confartigianato Sardegna nel dossier “Il ritardo della ripresa della Moda nell’Isola”, su dati ISTAT, che confermano la vocazione artigiana del comparto.

A Cagliari le piccole imprese del settore sono 95 con 299 addetti, nel Sud Sardegna 41 con 64 dipendenti, a Oristano 36 per 82 lavoratori, nel nuorese 60 realtà per 84 impiegati e nel nord Sardegna 106 realtà con 269 addetti.

Dopo il virus, il conflitto nel cuore dell’Europa è il fattore non secondario che a livello nazionale sta incidendo notevolmente sul PIL e sulle esportazioni. La moda italiana infatti, è il secondo settore per esportazioni in Russia, con vendite nel 2021 pari a 1,346 miliardi di euro, il 17,5% del totale, dietro ai macchinari e apparecchi per 2,147 miliardi, il 27,9% del made in Italy verso il Cremlino.

Il momento non è semplice, non nascondiamocelo, ma le nostre imprese restano ottimiste e provano a reagire, incrementando le azioni promozionali e cercando di essere più presenti sul mercato – commenta Daniele Serra, Segretario Regionale di Confartigianato Imprese Sardegna il 2020 è stato molto duro, visto che le aziende avevano già realizzato e consegnato le collezioni, ma con i negozi chiusi in tutto il mondo tanti prodotti sono rimasti invenduti, molti clienti li hanno resi e solo alcuni hanno chiesto sconti. Però, già nel 2021, tanti artigiani si sono fatti trovare pronti con nuove collezioni e tutti gli strumenti, virtuali e non, necessari a ricreare nuovi modelli”.

Per gli operatori, il ritorno delle fiere in presenza è uno dei pochi segnali positivi, che può anche contribuire a rilanciare gli interscambi con l’estero.

Per i nostri sarti e stilisti, ritrovare i propri clienti è stato importante per ristabilire rapporti e contatti anche se al settore non basta – continua il Segretario Il sistema moda ha urgenza di misure “cuscinetto” che lo aiutino a transitare in questa crisi perdurante creatasi con la pandemia e che ora continua con la chiusura di molti mercati”.

Mercati che si chiudono in Russia e Bielorussia, anche se le misure adottate a livello internazionale non riguardano direttamente la moda, il blocco alle attività di molte banche russe, senza dimenticare la mancata operatività delle carte di credito, sta portando una serie infinita di difficoltà e quindi tanti mancati acquisti. Inoltre, tra le misure ci sono anche provvedimenti per bloccare la vendita di beni di lusso, con un livello di prezzo, oltre il quale non si possono fare acquisti, molto basso.

Il mercato della moda sarda in Russia ammontava a 232mila euro l’anno.

Anche se l’export della moda sarda in Russia non faceva segnare numeri importanti – prosegue Serrarappresentava una importante vetrina, un richiamo, per tutti i russi che passavano le vacanze nella nostra Isola che, da noi, venivano anche per acquistare tutta la gamma di produzioni realizzata dai nostri piccoli atelier”.

Inoltre, tra le conseguenze della guerra, c’è anche il rincaro dei semilavorati e dell’energia, entrambi collegati al comparto.

I filati, per esempio, stanno registrando rincari medi del 40%. Lana e cashmere, in particolare, sono saliti del 30%. Nel settore incidono anche gli aumenti dei costi di tintoria, intorno al 20% – rimarca il Segretario e poi, come per tutto il manifatturiero, l’aumento dei prezzi dell’energia, stimati intorno al +150%”.

Ed è proprio sulla mancanza di materie prime che Confartigianato Sardegna lancia la proposta di coltivare, e trasformare, in loco piante come il cotone.

Si potrebbe fare come sta avvenendo già in Puglia e Sicilia per la fibra tessile – propone Serradove le coltivazioni hanno già dato i frutti e dove sti stanno chiudendo intese con grandi gruppi del settore tessile interessati a garantirsi una filiera certificata tutta bio e tutta italiana. Perché non farlo in Sardegna, come sta per avvenire con il grano. Così facendo, potremmo ridare vita a terreni incolti, favorire la nascita di nuove imprese di lavorazione dei tessuti e avere i sarti che realizzano indumenti sardi al 100%, dalla pianta al prodotto finito”.

 “Dal nostro osservatorio territoriale – dice Maria Giovanna Sechi, sarta e Presidente di Confartigianato Porto Torres ci siamo accorti come il covid abbia profondamente cambiato il mercato e le necessità dei clienti: la maggior parte di questi ultimi sceglie capi che abbiano prezzi competitivi, che possano durare per più stagioni e che possano essere riadattati ai nuovi stili anche con il passare degli anni: il potere d’acquisto è basso e quindi ci si conforma alla nuova condizione economica”. “Quando l’acquirente sceglie i capi on line – continua la Sechivuole che sia il sarto sotto casa a rifinirli, personalizzarli e a prendersene cura. In più vuole che il tutto sia svolto con la massima precisione e velocità”. “Insomma, nessuno vuole più aspettare mesi prima di indossare un cappotto, una giacca o una gonna – sottolinea – è infatti forte la paura di ripiombare in un incubo fatto di chiusure e limitazioni ed è per questo che ha voglia di “tutto, subito e fatto per bene”.   “Se la guerra, per ora, non sta condizionando le scelte della nostra clientela – conclude la Presidente di Confartigianato Porto Torres – sta però influendo negativamente sull’attività dei laboratori. Tra noi operatori, infatti, comincia a sentirsi la mancanza dei materiali e dei pezzi di ricambio dei macchinari. Tessuti e filati, infatti, cominciano ad arrivare con tempi molto lunghi non consoni alle richieste dei clienti e con il conseguente rallentamento del prodotto finito. Senza parlare del rincaro che sta raggiungendo livelli non sostenibili alle piccole attività produttive”. 

 “Rispetto all’anno scorso c’è sicuramente una crescita delle richieste e dell’interesse ad avere nuovi capi che possano, anche psicologicamente, cancellare la tristezza di due anni di fermo quasi totale – commenta Gianfranco Orrù, sarto di Cagliari tra i clienti notiamo quasi una “corsa” ai matrimoni, alle cerimonie per festeggiare battesimi e cresime e per stare insieme in ogni altra occasione: c’è una “fretta” mai sentita prima. Tutto ciò crea una interessante quantità di lavoro e che, piano piano, dovrebbe rimette in moto un settore che è stato fortemente provato”. “In ogni caso, la pandemia ha modificato gusti e necessità del cliente – continua Orrùse prima si sceglievano capi quasi “usa e getta”, ora la scelta si fa più ragionata, quasi oculata, soprattutto per i capi che possano essere duraturi e che non passino di moda nel volgere di una stagione; insomma, se si spende di più al momento dell’acquisto, lo si fa anche in una ottica di un uso “pluriennale” del pantalone, della gonna o del cappotto”. “Purtroppo la chiusura dei canali commerciali con la Russia, per molti di noi, è un problema – sottolinea il sarto cagliaritano da li arrivavano molte importanti commesse, che contribuivano a sostenere l’attività di tante piccole realtà sartoriali. Cosa succederà in futuro nessuno può saperlo ma la speranza è che questa crisi possa passare il più velocemente possibile: per i suoi effetti sulle persone e sull’economia”. “Purtroppo la guerra sta incidendo sull’arrivo di tessuti e filati: registriamo già fortissimi rallentamenti con tempi di attesa che, a oggi, vanno già dai 6 agli 8 mesi tempi assurdi per noi che lavoriamo ormai a ritmi sostenuti e per le richieste dei clienti – conclude – Oltre alle attese, registriamo anche una decisa impennata dei prezzi: alcuni prodotti o sono introvabili oppure hanno registrato aumenti che sfiorano il 400%. Queste condizioni fanno si che tanti sarti siano in estrema difficoltà perché si allungano i tempi di consegna dei prodotti finiti e si accorcia la clientela”.

L’analisi nazionale di Confartigianato

L’Italia è la prima economia della Moda nell’Ue a 27 e i pesanti effetti della pandemia su questo settore chiave del made in Italy rappresentano un problema di dimensione europea. Il recupero del settore è messo a rischio dalle conseguenze dell’invasione dell’Ucraina e dell’acuirsi della crisi energetica e le ricadute sui consumi delle famiglie.

Le conseguenze sul commercio estero innescate dalla guerra nel cuore d’Europa saranno rilevanti. La moda è il secondo comparto per esportazioni in Russia, con vendite nel 2021 pari a 1.346 milioni di euro (17,5% del totale), dietro ai macchinari e apparecchi per 2.147 milioni di euro (il 27,9% del made in Italy in Russia).  Nei settori della moda sono attive 55 mila micro e piccole imprese (MPI) con 306 mila addetti, il 65,8% del settore, un peso di 13,8 punti superiore alla media della manifattura. La moda italiana è caratterizzata dall’alta vocazione artigiana, con 35 mila imprese e 155 mila occupati, il 33,3% del settore.

Dal conflitto di Crimea persi 6,9 miliardi di euro di export moda in Russia – Le conseguenze del precedente crisi russo-ucraina di otto anni fa, con le prolungate sanzioni economiche alla Russia, si sono scaricate sulle esportazioni verso il paese che, tra il 2013 e il 2021, per l’Unione europea a 27 cumulano un calo del 22,2%, con una maggiore penalizzazione dell’Italia: le vendite del made in Italy cumulano, infatti, una perdita del 28,5%. Nell’arco di tempo in esame, tra i prodotti maggiormente venduti dalle imprese italiane in Russia, il calo è drammatico per la Moda (-41,8%), rimane severo per i macchinari (-25,8%), mentre, in controtendenza, sale l’export della chimica (+24,1%).

Se consideriamo la differenza tra le esportazioni annuali della moda nel periodo 2014-2021 e il livello delle esportazioni del 2013, negli otto anni in esame le vendite dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e della pelle sul mercato russo hanno cumulato perdite per 6.870 milioni di euro, pari a 859 milioni di euro medi all’anno.

L’esposizione dei territori della moda made in Italy sul mercato russo – La regione con la maggiore esposizione sul mercato russo – valutata con l’incidenza percentuale delle esportazioni della moda sul valore aggiunto del territorio – Umbria con 0,34%, Marche con 0,31%, Emilia-Romagna con 0,21%, Veneto con 0,14%, Toscana e Lombardia con 0,10%, tutte con valori sopra alla media.

Tra le province maggiormente esposte sul mercato russo, l’export della moda in Russia supera il punto percentuale del valore aggiunto del territorio a Fermo con 1,64% e a Vercelli con 1,38%; seguono Rimini con 0,72%, Reggio nell’Emilia  con 0,59%, Macerata  con 0,50%, Perugia  con 0,45%, Piacenza  con 0,31%, Vicenza con 0,26%, Verona  con 0,25%, Forlì-Cesena  con 0,23%, Treviso  con 0,2% Prato, Firenze e Arezzo con 0,19%,  Milano con 0,16%, Biella  con 0,15%, Frosinone  con 0,14%, Ascoli Piceno  con 0,12%, Bologna  con 0,11% e Mantova  con 0,10%.

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