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Nuova proposta legge previdenziale, nessun passo avanti del Governo nonostante le promesse elettorali

Siamo già arrivati a luglio inoltrato ed ancora il Governo non si è sbilanciato in maniera chiara ed esaustiva sui suoi intendimenti in ambito previdenziale e sulla reale volontà di superare la rigidità imposta dalla legge Fornero.

Sono ormai oltre dodici anni che questa legge approvata in venti giorni in un periodo delicatissimo per l’azienda Italia con lo spread che viaggiava a 574 punti base mostra ormai troppe incongruenza e sono ormai tutti i politici di ogni partito che, perlomeno a parole, ne vogliono una modifica sostanziale.

La realtà vera, però, è che cambiarla comporta un intervento economico significativo dal momento che ha determinato fino ad ora risparmi per circa ottanta miliardi di euro.

In ogni caso un intervento va fatto perché sono troppi anni che si va avanti con soluzioni rattoppate che non risolvono mai il problema ed anzi provocano ulteriori differenze tra lavoratori.

Mi riferisco in particolare alle quote, prima la “Quota 100” in vigore dall’anno 2019 all’anno 2021, il provvedimento voluto dal governo giallo/verde che permetteva di ottenere il pensionamento a chi avesse almeno 38 anni di contributi sommati ai 62 anni di età. Vi è stata poi per il solo anno 2022 la “Quota 102” composta da chi avesse almeno 38 anni di contributi sommati ai 64 anni di età ed infine l’attuale “Quota 103”, in scadenza al 31 dicembre di quest’anno che consente di lasciare il mondo del lavoro a chi potesse far valere almeno 41 anni di contributi sommati ai 62 anni di età. A parte la “Quota 100” che ha permesso ad alcune centinaia di migliaia di lavoratori di accedere al pensionamento sia la “Quota 102” che la “Quota 103” sono state praticamente un “flop” dal momento che sono state pochissime migliaia le persone che, visti i termini troppo rigidi, ne hanno beneficiato. Inoltre, la più grossa critica che si può fare alle “quote” è che ci rientrano solo coloro che azzeccano “l’ambo secco” del possesso congiunto dei due requisiti escludendo lavoratori che magari avevano molti anni di contribuzione ma mancavano dell’età anagrafica o viceversa possedevano l’età per il pensionamento ma mancavano degli anni di contribuzione necessari.

È necessario a parer mio, invece, puntare su un’amplissima flessibilità in uscita che parta dai 62 ai 70 anni di età che mediante lievi penalizzazioni dell’1,5% annuo ed incentivazioni della medesima natura economica possa lasciare al lavoratore la piena autonomia decisionale di decidere quando lasciare il mondo del lavoro con le uniche altre condizioni di possedere almeno 20 anni di contribuzione ed un importo di pensione di almeno 1,5 la pensione minima. Oltre a ciò, creare una pensione di garanzia per i giovani e per chi ha carriere discontinue e frammentate, ripristinare Opzione Donna con le vecchie norme ante legge di bilancio 2023, operare un’implementazione della previdenza complementare che diventerà necessariamente la seconda gamba del sistema previdenziale ed infine realizzare il riscatto agevolato della laurea con costi più che dimezzati rispetto all’attualità. 

Sono provvedimenti realizzabili e che non impattano violentemente sui costi dello Stato, vedremo nelle prossime settimane se l’attuale Esecutivo, dopo mesi di immobilismo su questo importantissimo argomento che interessa moltissimo la vita dei cittadini italiani, vorrà cambiare marcia e dar seguito a quello che in campagna elettorale era uno dei capisaldi del suo programma.  

Mauro Marino
Esperto di politica previdenziale 

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