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mercoledì, 21 Gennaio 2026

Sanità, il nuovo ospedale di San Gavino slitta al 2027 e il territorio chiede una svolta reale

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Le ultime notizie sul nuovo ospedale di San Gavino Monreale, che non sarà operativo prima del 2027, riaccendono un dibattito mai assopito sulla crisi della sanità sarda. Il rinvio non è soltanto un ritardo burocratico, ma il simbolo di un sistema che da anni procede senza una direzione chiara. Una percezione che trova ulteriore conferma negli sviluppi politici degli ultimi giorni: la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde ha ritirato la delega alla Sanità all’assessore Armando Bartolazzi, che appena due giorni prima aveva dichiarato che il sistema sanitario isolano “è fermo a 25 anni fa”. Un’affermazione che ha provocato reazioni immediate, aumentando la tensione dentro e fuori il palazzo regionale.

In questo scenario turbolento interviene anche il movimento Sardegna chiama Sardegna, che legge lo slittamento del nuovo ospedale come l’esito di una crisi strutturale durata decenni. Lo studio di fattibilità del presidio sanitario del Medio Campidano risale alla seconda metà degli anni 2000. I lavori sono iniziati nell’agosto 2022, ma da allora il cantiere ha proseguito tra rallentamenti continui. La Sardegna, d’altra parte, non dispone di un vero Piano sanitario regionale dal 2007: da allora si sono susseguite riforme, controriforme, commissariamenti, accentramenti e sgretolamenti di enti — dall’Agenzia per la Salute all’ATS, fino all’Ares — senza che nessuno di questi processi abbia realmente risolto le criticità strutturali.

Accanto alla debolezza della sanità pubblica, cresce invece il settore privato. Ambulatori e strutture d’eccellenza hanno trovato spazio nei principali centri urbani, mentre il sistema pubblico fatica a garantire persino i servizi essenziali. Il risultato, secondo il movimento, è un’isola sempre più divisa, con territori dove l’accesso alla cura rischia di trasformarsi da diritto universale a possibilità riservata a chi può permetterselo.

Sulla situazione interviene Lorenzo Argiolas, di Sardegna chiama Sardegna, con parole nette: «Il Medio Campidano aspetta un nuovo ospedale da quasi vent’anni. Nel frattempo, la medicina territoriale si è indebolita: guardie mediche chiuse, carenza di medici di base, servizi essenziali ridotti. Interi territori vivono in un regime di emergenza permanente. La sanità di prossimità è stata lasciata andare, e il risultato è sotto gli occhi di tutti.»

Argiolas richiama l’attenzione sul rischio di una progressiva perdita di controllo da parte della Regione: «La Sardegna sta progressivamente rinunciando alla capacità di governare la propria sanità. E le aree interne dell’isola sono lasciate senza presidi adeguati, mentre intorno cresce un modello di sanità parallela che rischia di trasformare il diritto alla salute in un privilegio per chi può permetterselo». Una denuncia che appare ancora più rilevante alla luce delle tensioni politiche legate al ritiro della delega all’assessore Bartolazzi.

Il movimento spiega che non basta pretendere che il nuovo ospedale di San Gavino Monreale venga completato nei tempi annunciati. Serve una svolta che riporti la Sardegna a governare la propria sanità con una visione stabile, evitando di affidare il futuro del sistema né al caso né alle logiche di mercato. Per Sardegna chiama Sardegna le priorità sono chiare: garantire a ogni cittadino un medico di base, rafforzare la medicina territoriale con personale e strutture realmente operative, assicurare tempi certi e tutele uniformi in tutta l’isola e restituire alla Regione la capacità di decidere sulla propria sanità senza continui cambi di rotta.

È attorno a questi elementi che il movimento propone di costruire una mobilitazione pubblica capace di coinvolgere cittadini, operatori e amministratori locali. Perché, come affermano in chiusura, la sanità non può dipendere da equilibri instabili, da ritardi cronici e da un divario crescente tra pubblico e privato, ma deve tornare a essere un diritto garantito ovunque, per tutti.

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