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Lavoratori di serie B?

Lavoratori di serie B?

Lavoratori di serie B?

Negli ultimi anni le cronache hanno visto crescere in maniera esponenziale i casi di proteste “clamorose” da parte di aziende e lavoratori in crisi. Sicuramente il mondo del lavoro sta attraversando un periodo nerissimo, quasi disperato, ma ci sono delle domande e delle perplessità per il modo in cui vengono portate avanti alcune manifestazioni e trattative sindacali: sembra quasi che esistano dei lavoratori di serie A e dei lavoratori di serie B.

Pensiamoci, se un muratore perde il proprio lavoro, a causa della crisi del settore edilizio, cosa può fare? Bloccare le vie di accesso al proprio paese? Occupare il municipio? Arrampicarsi sul campanile e minacciare di buttarsi se non gli viene dato un lavoro? No, semplicemente quel muratore può solo rimboccarsi le maniche e cercare un altro lavoro, magari saltuario o a giornata, in attesa di tempi migliori. Non ha alternative. Ognuno di noi ne ha viste tante di persone così, che umilmente hanno ricominciato da zero, con fierezza e dignità.

Nessuno muove un dito per loro, eppure sono una moltitudine: manovali, operatori di call center, giardinieri, fabbri, carpentieri e chi più ne ha, più ne metta. Hanno la sfortuna di lavorare in proprio o per piccole aziende, quindi sono praticamente invisibili per i media. Però, quando si tratta di grandi aziende o industrie, iniziano i caroselli televisivi, che indugiano più sulle azioni degli operai, piuttosto che sulle reali motivazioni dell’agitazione. Attenzione, dico “agitazione”, non “sciopero”. Lo sciopero era un mezzo nobilissimo a disposizione della classe operaia, che è stato spogliato del suo significato più profondo e forse svilito da sindacalisti poco capaci. Lo sciopero un tempo era un messaggio lanciato all’imprenditore, affinché prendesse dei provvedimenti in favore dei lavoratori e migliorasse le condizioni di lavoro o salariali.

Adesso le varie proteste hanno come bersaglio non più l’azienda privata, ma lo Stato. Porti, aeroporti e strade bloccate: piuttosto che danneggiare economicamente i responsabili della crisi di uno stabilimento, si creano disagi agli altri cittadini.

Lavoratori di serie B?

Lavoratori di serie B?

Trovo questo modus operandi profondamente sbagliato, per due motivi. Il primo è quello più semplice: impedire alle altre persone di raggiungere le proprie case o i propri posti di lavoro e “costringerli” ad essere solidali con una data causa, ottiene l’effetto contrario. Viene ottenuta senza dubbio visibilità mediatica, ma l’opinione pubblica non verrà sensibilizzata, anzi. Il secondo motivo è l’indirizzo della protesta: invece che pretendere dall’imprenditore una saggia pianificazione aziendale, che copra i costi e produca utili, si pretende che lo Stato ripiani i debiti di un’azienda che non riesce ad auto-sostenersi (e che probabilmente non sarebbe mai dovuta nascere, ma è sorta per “mangiare” finanziamenti pubblici e poi abbandonare a se stessi i propri dipendenti).

Gli esempi, negli ultimi decenni, sono tantissimi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: stiamo ancora pagando di tasca nostra, con le nostre tasse, il risanamento della cattiva gestione di grandi industrie automobilistiche, siderurgiche e chimiche; di compagnie aeree e navali; di compagnie elettriche e telefoniche. Tutte risanate con i soldi dei contribuenti. Adesso chiediamoci: un imprenditore ha interesse a produrre utili, se sa che in caso di bancarotta arriverà lo Stato a salvare l’azienda? E perché lo Stato non deve essere assistenzialista, allo stesso modo, con il muratore, il carpentiere o l’impiegato di una piccola ditta che è stato licenziato? La risposta la lasciamo a voi.

Fonte: Simone Usai, Comprendo

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