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giovedì, 24 Settembre 2020

Referendum anti-trivelle, che confusione

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Il 17 aprile 2016 saremo chiamati a votare per un referendum contro le trivellazioni. Ma siamo sicuri di essere informati su tutto quello che c’è da sapere sull’argomento? Cerchiamo di fare chiarezza, per votare in modo più consapevole.

Referendum anti-trivelle, che confusione
Referendum anti-trivelle, che confusione

Da qualche mese in Italia si parla (poco e male, a voler essere schietti) del referendum contro le trivellazioni, promosso da nove consigli regionali (tra cui quello Sardo), appoggiati da numerosi movimenti e associazioni ambientaliste.

Il referendum si terrà il 17 aprile 2016, sarà di tipo abrogativo e per essere valido dovrà recarsi alle urne il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Nel quesito referendario si chiede: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Il quesito riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa, e non riguarda le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri).

Se vincerà il SI, sarà abrogato l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente, dove si prevede che le trivellazioni continuino fino a quando il giacimento lo consente. La vittoria del SI bloccherebbe tutte le concessioni per estrarre il petrolio entro le 12 miglia dalla costa italiana, quando scadranno i contratti.

Non saranno interessate dal referendum tutte le 106 piattaforme petrolifere presenti nel mare italiano per estrarre petrolio o metano. Tra i favorevoli al referendum ci sono tutte le associazioni ambientaliste, che puntano su un futuro energetico alternativo.

Referendum anti-trivelle, che confusione
Referendum anti-trivelle, che confusione

I favorevoli al SI quindi sostengono che la chiusura delle piattaforme esistenti sia un segnale politico forte contro le trivellazioni future. C’è in gioco la tutela della fauna marina, del turismo sulle coste italiane e lo sviluppo di forme di energia alternativa, su cui l’Italia punta ancora troppo poco. I fautori del referendum denunciano anche la mancate “royalties” sui guadagni dei petrolieri: solo il 7% dei guadagni finisce nelle casse dello Stato.

In realtà va sottolineato che il referendum non bloccherà la nascita di nuove concessioni estrattive oltre le 12 miglia (la costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è comunque già vietata per legge dal 2006) e non interessa nemmeno quelle sulla terraferma.

Per questo, chi sostiene il NO parla di un referendum più dannoso che utile, che avrebbe il solo effetto di far perdere migliaia di posti di lavoro in Italia. Il timore è che se vengono chiuse le piattaforme in essere (e funzionanti) prima dell’esaurimento dei giacimenti, il risultato sarà l’apertura di nuove piattaforme oltre le fatidiche 12 miglia in Italia, oppure in paesi del terzo mondo, come il Mozambico, aumentando così i rischi derivanti dai viaggi delle petroliere (dal 1950 a oggi infatti, si sono verificati solo 2 incidenti su siti italiani sulla terraferma, nessuno in mare, mentre sono stati numerosi i disastri ambientali derivanti dall’affondamento di petroliere in viaggio tra i continenti). Secondo le stime il petrolio presente nei mari italiani sarebbe pari a 700 milioni di tonnellate. Il nostro consumo attuale all’anno è 58 milioni di tonnellate, di cui 54 milioni vengono importati dall’estero.

Secondo i fautori del NO avere fonti energetiche sul suolo italiano ci farebbe spendere meno e ci metterebbe al riparo da cali improvvisi dovuti a crisi internazionali. Insomma, un referendum che, così come è stato proposto, lascia spazio a molti dubbi e perplessità, dato che non prevede, almeno in via diretta, un cambio di direzione verso una politica energetica alternativa.

Il confronto è aperto, la parola ora passa alle urne.

Simone Usai

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