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lunedì, 28 Settembre 2020

“Immuni” e immunità, siamo sicuri di aver centrato il problema?

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Chi sviluppa le app impiega tante risorse nell’inventare un nome e il modo per renderle più “appetibili” agli occhi di potenziali acquirenti e fruitori, anche a costo di dare delle informazioni un po’ fuorvianti. “Immuni” non serve a trovare le persone immuni al virus o a diventare immuni al virus.

Si diventa immuni in due modi: o tramite il contagio, o tramite vaccino (per quel che ne so!). Ma Immuni servirebbe a tracciare i contagi, individuando e segnalando che nei paraggi ci sono/ci sono state persone dichiarate malate, insomma, gli untori del momento. Ecco, se gli untori sono entrati in contatto con voi, scatta l’allarme e, con esso, la vostra dose giornaliera di ansia. Sì, “Untori”, dovrebbe chiamarsi, ma a questo punto non la scaricheremmo mai!

Torniamo alla parola “immuni”. Come facciamo a sapere se, tra gennaio e maggio, siamo in qualche modo entrati a contatto con il virus, senza magari rendercene conto, perché sembrava un leggero raffreddore, oppure avevamo la febbre ma non siamo entrati in contatto con nessun “contagiato confermato”, o non abbiamo avuto addirittura nessun sintomo in tutti questi mesi? Beh: controllando se siamo immuni al virus. Come? La leggenda narra che tramite test sierologici si possa scoprire se abbiamo nel sangue (basterebbe una goccia! mi pare…) le immunoglobuline che il nostro corpo produce quando viene a contatto con un agente patogeno, in questo caso il SARS-CoV-2.

Fantascienza? Un po’ sì, perché è inverosimile che tutta la popolazione (migranti inclusi magari!) sia sottoposta a questo tipo di test. Eppure, se un campione della popolazione avesse la possibilità di testare la propria “immunità” – ad esempio, chi lavora a contatto col pubblico e i loro familiari – si avrebbe forse in mano un metodo abbastanza sistematico per monitorare la situazione, magari a cadenze regolari di qualche mese, senza che di tale monitoraggio siano fatti responsabili/colpevolizzabili i singoli cittadini. Dipenderebbe, in pratica, dall’efficienza del sistema sanitario e del sistema politico e non dalla scelta individuale di installare una app. Ma tu pensa! Così sembra troppo intelligente o troppo facile.

Ma torniamo alle speranze riposte in una app che si chiama con un nome sbagliato. Meglio dire che il cittadino responsabile è colui che utilizza la app, mentre chi si rifiuta di usarla si trasforma in “altri” o, a seconda della giornata, “complottisti”, “ignoranti”, “analfabeti”, “irresponsabili”, “strani”, fate voi, eccetera. Alle solite. Meglio dire a nonno che si deve comprare uno smartphone se vuole uscire di casa, farsi la connessione (e l’abbonamento mensile) per scaricare la app (se non ha altro modo di scaricarla), accendere il bluetooth, non dimenticare di mettere il cellulare sempre acceso nella tasca dei pantaloni e lasciarlo andare in giro, fesso e contento. Poi arriva nello stesso momento un altro signore che fa la fila al banco frigo insieme a voi; vi starnutisce accanto, ma tanto abbiamo il cell acceso con la app che ci segnalerà – fra qualche giorno, se l’untore verrà scoperto – il signore nelle vicinanze ha contratto il virus. Funziona così? Ah no, quel signore non aveva il bluetooth acceso e nemmeno la app e nemmeno lo smartphone. Disgraziato! Irresponsabile! Colpevole! Arrestatelo. Ma poi chi era? Non sarà mica quello che…o quell’altro lì che…sospetti per tutti, visto che la app non ci renderà identificabili agli altri, ma soltanto individui genericamente sospetti per il semplice fatto di esserci incontrati! Adorabile invenzione!

Insomma, fate come volete, il cellulare è vostro, ci mancherebbe togliervi la libertà di scaricarvi l’ennesima app (geolocalizzante o meno, non mi sembra sia questo il punto). Ma che Immuni non basti, emerge chiaramente anche dal Decreto ministeriale di ieri (DPCM 26 aprile 2020). Se siamo immuni ce lo dicono i test (che il governo deve predisporre da subito e per i quali deve garantire le risorse economiche nei prossimi mesi). Quella applicazione di contact tracking dal nome un po’ orwelliano (un nome che allude a ciò che la cosa non è, la guerra è pace, se hai la app sei immune) potrebbe al massimo fornire qualche dato in più, ma di sicuro non è decisiva, tant’è che nel decreto di ieri il suo utilizzo appare decisamente limitato.

La cosa che ci preme sottolineare è questa: vi invitiamo a non schierarvi a prescindere a favore o contro qualcosa, con il solo esito di alimentare nervosismi e litigi che non conducono troppo lontano; a non odiare il prossimo se non avrà la app, se non avrà acquistato uno smartphone, se non avrà alcuna voglia di portarselo sempre con sé, se non vorrà tenerlo acceso. Insomma, a non vivere come se il nemico (gli altri) fosse sempre in agguato, ma al contrario, stando più attenti ai modi in cui il sistema sanitario nazionale viene fatto funzionare (ci sono i tamponi? si fanno i test? ci sono i medici? c’è il personale sanitario? ci sono i dpi? i macchinari? i farmaci? ecc.). Ricordiamo che possiamo fare molto (ad esempio partecipando alla raccolta fondi, come è stato fatto sinora), ma soprattutto che dobbiamo pretendere molto da chi ci governa: più ospedali, più test, più chiarezza, meno frottole, meno odio, meno guerre, meno violenza (psicologica e non), meno inganni.

La.F.

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