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San Gavino Monreale, periodo nuragico

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Le prime attestazioni della vita nel territorio di San Gavino si fanno risalire al 2000 a.C., in quella che viene definita cultura di “San Michele”, che aveva come materiale di lavorazione caratteristico l’ossidiana proveniente dal Monte Arci. Passarono i secoli e le popolazioni mutarono, fino a produrre la cultura megalitica dei nuraghi, riempiendo prevalentemente il territorio a sud-ovest dell’attuale centro abitato (pieno di rivoli d’acqua e quindi adatto alla vita) di resti.

La mappa di Nurnet
La mappa di Nurnet

Traccia di questi insediamenti sparsi se ne hanno sia nella toponomastica sia in oggetti materiali, salvati o venuti alla luce per caso durante vari lavori nei campi o durante fortuite gite in campagna; le prime tracce sono i resti di vari utensili, come ad esempio le teste di mazza, resti di vasi, proiettili per fionda o punte di frecce, oltre a resti fallici votivi della fertilità.

I resti monumentali invece sono prima di tutto i così detti cuccurusu, ovvero le pietre che stavano alla base dei nuraghi, e che gli abitanti di San Gavino erano soliti prendere per usarli come basamento dello zoccolo delle abitazioni in lardiri: tracce di questi cuccurusu si trovano un po’ dappertutto, come ad esempio in via Eleonora d’Arborea, in via degli Olmi, all’inizio delle via Monreale o in via Carducci, sia davanti alle case sia nel già citato zoccolo delle abitazioni. Spesso queste pietre venivano alla luce nei terreni dissodati, ed essendo in numero consistente venivano riutilizzati per altri scopi; come ultimo esempio, durante la costruzione della vecchia ferrovia, vennero demoliti alcuni resti di nuraghi che si trovavano in quelle zone paludose, e i resti basaltici usati per la massicciata della prima strada ferrata ottocentesca.

Ma gli insediamenti in cui presumibilmente abitavano le genti nuragiche erano sparsi per tutto il territorio, e molti di questi sono entrati di diritto nella toponomastica del paese: testimonianza di questo sono i vari nuraxi scocca, nuraxi ortillionis (in cui probabilmente convissero nuragici con gente fenicia. Ciò si può dedurre dal fatto che i nuragici operavano l’inumazione, mentre i fenici la cremazione; entrambi i tipi di sepoltura sono stati rinvenuti nella zona), perdas fittas e perdas longas (ovvero lunghe pietre poste a confine o come segnalazione del territorio di appartenenza), nuratzeddu, ruinas mannas e ruineddas (ad indicare proprio delle rovine grandi e piccole di vecchi insediamenti – e da cui probabilmente partirà la rinascita medievale di San Gavino Monreale), perd’e ruxi, cuccur’e casu (un grosso insediamento composto di pietre basaltiche e posto in un crocevia di strade importante) e cor’e molas (avente forse la stessa funziona di cuccur’e casu).

In località Santa Croce vi era una tomba di giganti: a testimonianza di questo si trovava, fino a qualche anno fa, un betilo in granito rosato, a tronco di cono, alto circa un metro e sessanta e dal diametro massimo di 64 centimetri; sempre vicino alla chiesa di Santa Croce furono ritrovate tracce di ossa, a testimonianza del fatto che la zona fu usata come cimitero.

Anche in zona funtan’e canna sono stati ritrovati e custoditi per anni – da Michelangelo Sanna – resti di origine nuragica, a testimonianza del fatto che il nostro territorio è ricco di tesori che potrebbero spuntare da ogni luogo, e che vanno custoditi per il bene della comunità.

Fonte: Alberto Serra

Per approfondire:
AA.VV, Appunti storici su San Gavino Monreale, 1982.
SANNA M, San Gavino – Sardara, due villaggi sentinella di frontiera, 1997.
ANGIUS – CASALIS, Dizionario storico, geografico, statistico, commerciale, 2006.

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