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Il problema industriale

Abbiamo scovato un articolo dell’Unione Sarda risalente a circa 70 anni fa. Parla della fonderia di San Gavino Monreale e delle potenzialità dell’industria sarda.
Ci deve far riflettere un passaggio fondamentale dell’articolo “E perché impianti similari non si moltiplicano, date le risorse dei numerosi giacimenti metalliferi ormai passati dallo stato di pura ricerca a quello di sfruttamento industriale? Il perché fondamentale è uno: il costo dell’energia elettrica. Gli impianti metallurgici poggiano oggi in gran parte sulla elettrometallurgia e si affermano di conseguenza là dove il fattore essenziale, l’energia elettrica, ha costi bassi e disponibilità larghissime, così come per il passato lo sviluppo industriale si estese dove l’abbondanza dei corsi d’acqua forniva l’alimento delle ruote idrauliche.

Sono passati 70 anni e il problema è sempre lo stesso. Nessuna delle amministrazioni regionali o nazionali è riuscita a porre rimedi (che non fossero “tamponi” momentanei) al problema energetico sardo. Adesso l’attenzione dei media è concentrata sulla crisi Alcoa e sui problemi a Portovesme (da sempre legato a San Gavino per il trasporto dei minerali).
Ma sia ben chiaro a tutti noi che non è di certo un problema con cui ci siamo svegliati all’improvviso in questi anni. Già nel 1939 la Sardegna aveva questo problema e nessuno è mai riuscito a risolverlo. Questione di possibilità o di volontà?

Dalla pag. 3 dell’”Unione Sarda”, 4 Novembre 1939.

Dal giorno in cui lo sguardo indagatore del Duce si è posato sul complesso della ricchezza potenziale offerta dal suolo e dal sottosuolo della Sardegna, quest’isola generosa, che pareva destinata a perpetuare la vita pastorale ed un interesse precipuamente folcloristico, ha finalmente iniziato l’agognata marcia verso la realizzazione delle sue possibilità industriali.
Il problema autarchico ha trovato in Sardegna risorse insperate, sia perché le volute ricerche hanno messo in luce materie prime che si ritenevano inesistenti nella nostra Nazione, sia perché si sono intensificate le estrazioni dei minerali già noti ma che continuavano a giacere ignorati perché giudicati poco convenienti, dato che il mercato estero li possedeva, magari attraverso braccia italiane, belli e scielti su vagoni nei grandi porti tirreni ed adriatici. Basta oggi correre lungo le arterie stradali sarde per notare ovunque il lavoro ferrente che squarcia il secolare silenzio pesante su molteplici piaghe. Sono teorie di autocarri rombanti che trasportano i più svariati materiali o masse di minerali verso i porti: sono sciolte di operai che rincasano o si avviano sorridenti al lavoro; sono carri agricoli colmi di prodotti che si dirigono verso nuovi centri di consumo.

Si lavora alacremente per mettere in valore tutto quanto questa Isola offre tre suolo e sottosuolo, pervasa dalla volontà di legarsi più saldamente alle altre regioni d’Italia in una solida attività di scambi che, elevandone il proprio tenore economico, la ponga tra i fattori più attivi della vittoria autarchica nazionale. Il grandioso bacino carbonifero di Carbonia (già trascurato come quelli antraciferi dell’interno, appena delibati) deve essere considerato, agli effetti dell’economia isola il vero bene dell’isola possiede, in quanto da esso e per esso si potrà trarre quella conveniente forza motrice, senza la quale l’industrializzazione della Sardegna non potrà mai affermarsi in pieno. Se invero osserviamo quanto avviene nei nostri porti e nelle cale delle coste sarde, vediamo che moltissimi prodotti della nostra industria metallurgica e che si chiamano: Porto Marghera, Cortone, Sesto San Giovanni, Cogoleto, ect. Alla logia considerazione che alcuni di questi minerali, come ad esempio i ferrosi, debbano percorrere molta strada prima di giungere ai valorizzanti forni elettrici, con spese di trasporto, di carichi e di scarichi che incidono sul costo finale del prodotto mentre aumentano nel contempo i costi della manutenzione stradali, se ne impone un’altra che riguarda strettamente lo sviluppo economico locale. Tale sviluppo si vede infatti sbarrato nelle altrui iniziative che, fuori dell’Isola, realizzano dei processi di trasformazione e di metallizzazione del minerale sardo margini di guadagno più lucrosi di quelli consentiti all’industria estrattiva. Si ha cosi da un lato un maggior costo dei prodotti agli effetti nazionali e dall’altro una inadeguata valorizzazione dell’isola, che invece ha in se tutte le possibilità per alimentare una efficiente industria metallurgica e dare lavoro in forma più evoluta a tanti suoi figli: chi può ignorare il benessere alimentato nella zona di San Gavino della Società Italiana del Piombo e dello Zinco con l’esercizio della sua imponente Fonderia? E perché impianti similari non si moltiplicano, date le risorse dei numerosi giacimenti metalliferi ormai passati dallo stato di pura ricerca a quello di sfruttamento industriale? Il perché fondamentale è uno: il costo dell’energia elettrica. Gli impianti metallurgici poggiano oggi in gran parte sulla elettrometallurgia e si affermano di conseguenza là dove il fattore essenziale, l’energia elettrica, ha costi bassi e disponibilità larghissime, così come per il passato lo sviluppo industriale si estese dove l’abbondanza dei corsi d’acqua forniva l’alimento delle ruote idrauliche.

Allo stato odierno dei fatti, la Sardigna ha la possibilità di offrire all’industria importanti quantitativi di energia elettrica, che però non possono essere disponibili a prezzi adeguati per l’esercizio industriale degli stabilimenti metallurgici. Gli impianti di produzione di energia elettrica oggi esistenti in sardigna rappresentano una potenza di 140.000 KW; non tutta questa potenza è però regime di erogazione.

Armando Secchi

Ringraziamo la Biblioteca comunale di San Gavino Monreale per il materiale messo a disposizione per le nostre ricerche.

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