Centro Commerciale Naturale

Il Centro Commerciale Naturale di San Gavino Monreale

ATTRAZIONI DI SAN GAVINO MONREALE
San Gavino Monreale è una grossa cittadina situata nel cuore del Medio Campidano, sotto il castello di Monreale; la sua fama è dovuta all’ex fonderia ed al rinomato Zafferano famoso in tutto il mondo. Il paese si caratterizza per una struttura urbanistica tipica dei centri a cultura agricola nei quali prevaleva la costruzione di case molto grandi con ampi cortili e spaziosi ingressi ad arco. Nel centro storico è ancora possibile visitare alcune abitazioni create con il lardiri, antico materiale di costruzione (ossia un impasto fango e paglia fatto asciugare al sole). All’interno di una di queste abitazioni è allestito il museo Sa Moba Sarda. Questo racchiude una serie di foto, oggetti e strumenti che raccontano la vita agricola che ha caratterizzato il paese sino agli anni ’20, quando ha preso il via il processo di industrializzazione.

STORIA DI SAN GAVINO MONREALE
In origine, all’epoca Nuragica, era solo un aglomerato di case povere, stanziato accanto ad un vasto acquitrino. Ad oriente, poco distante, si trovava il piccolo villaggio di Nurazzeddu abitato da pastori e agricoltori. Nella parte opposta stava la chiesa di San Gavino (dal quale prenderà poi nome il paese) annessa ad un Monastero di monache Benedettine; questa era separata dalla chiesa di Santa Lucia (attuale Convento) sede dei monaci di san Basilio da una palude chiamata SA PISCINA DE SANTU EINGIU (ovvero la piscina di San Gavino). Attorno all’anno Mille il villaggio vede un importante flusso migratorio a causa dell’invasione degli arabi, così le popolazioni di Ruinas Mannas e Ruineddas, temendo i saccheggi e la ferocia degli arabi, si stanziarono presso la chiesa di San Gavino, ingrossando il villaggio di Nurazzeddu. In seguito San Gavino entrò a fare parte del Giudicato di Arborea. In quegli anni il territorio si presentava tagliato in due macro zone: Flumini Mannu che separava, al confine dell’agro di Gonnos, il territorio populare o communariu con quello di Sardara, il territorio appartenente al RENNU. Il primo era destinato ai servi e agli abitanti liberi ed era sede di pascoli, coltivazioni (cereali, grano, orzo) o territorio di caccia. Il secondo comprendeva vaste aree boscose ed il castello di Monreale. Il paese era attraversato dalla principale strada carovaniera che da Cagliari andava a Oristano. Essa era chiamata nel tratto sud BIA DE CASTEDDU e nel tratto opposto BIA DE ORISTANIS. Grazie alla sua posizione come incrocio con la più importante arteria commerciale, la disposizione di grandi terreni per coltivare e pascolare, San Gavino divenne uno dei centri più importanti della curatoria. Già dai primi anni del ’200 i Pisani si erano stabiliti in alcuni nodi commerciali dell’Isola, tra cui San Gavino. Essi vi rimasero per quasi un secolo facendo crescere, con il loro fiscalismo e prepotenza, un progressivo odio nelle popolazioni locali; attorno al 1323 si scatenò una furiosa rivolta che portò i Pisani a lasciare l’Isola. Subito dopo si ebbe una crescita del sistema produttivo che portò San Gavino dalla dimensione economica insulare a quella continentale. Nel 1876 la Società Mineraria di Montevecchio inaugurò una ferrovia che consentì di trasportare in proprio il minerale sino alla Stazione delle Ferrovie Reali-sarde di San Gavino e da qui ne conferiva il trasporto al porto di Cagliari (essa aveva una lunghezza di 18.200 Km).

IL CASTELLO DI MONREALE
Il Castello, con annesso il borgo fortificato, fu edificato agli inizi del XIV secolo sui resti di un antico insediamento nuragico collocato in cima al poggio di Monreale (a 387 m sul livello del mare). Il Castello risultava essere unico nel suo genere, poichè l’unico ad essere dotato di otto torri a pianta sia quadrata sia circolare. Del Castello sono ben visibili i muri perimentrali, alti circa 10 m. e privi di feritoie o finestre, che racchiudevano tre cortili situati (a differenti quote) in posizione centrale rispetto agli ambienti che si snodavano lungo i tre lati: Settentrionale, Orientale e Meridionale. Pozzi e cisterne (internate e voltate a botte) assicuravano una buona scorta d’acqua anche in caso di lunghi assedi o periodi di siccità, mentre due scale esterne in muratura permettevano di recarsi ai piani superiori. Ubicato lungo il confine tra Regno d’Arborea e Regno di Cagliari, il Castello di Monreale, insieme a quello di Marmilla e Arcuentu, faceva parte della linea difensiva del Giudicato Arborese con la finalità di salvaguardare i confini interni. Il Castello, utilizzato prevalentemente come residenza reale per il soggiorno della moglie dell’infante Alfonso d’Aragona, svolse quindi un ruolo cruciale nella guerra tra Arborea e truppe Iberiche fungendo anche da rifugio per l’esercito isolano. A conferma della vocazione non solo militare ma anche residenziale del Castello rimangono numerosi documenti che ricordano il soggiorno della famiglia giudicale d’Arborea tra le sue mura, sia per scampare a pericolosi complotti, sia per approfittare delle benefiche acque termali della vicina Villa Abbas, sfrutate tutt’oggi per fini terapeutici. Il Castello è attualmente in fase di restauro e scavo archeologico. I numerosi reperti provenienti dagli scavi sono esposti al Civico Museo Archeologico di Villa Abbas (dov’è stata allestita una sezione tardo medioevale che offre una panoramica della vita quotidiana all’epoca tardo giudicale e Catalano-Aragonese nel Medio Campidano).

LEGGENDA SUL CASTELLO DI MONREALE
Il Castello di Monreale un tempo era molto grande, con mura possenti ed eleganti torri. Il padrone del castello era un nobile ricco e potente, ma anche arrogante e malvagio, per cui tutti gli abitanti dei dintorni lo detestavano e l’avrebbero volentieri assassinato. Lui sapeva benissimo dell’odio che la sua potenza gli aveva attirato contro e, per paura di cadere in qualche imboscata, rimaneva chiuso notte e giorno nel maniero, circondato da una piccola schiera di servitori agguerriti e maligni quanto lui. Le rare volte che usciva andava a Oristano, ma in questi casi si serviva di un cunicolo sotterraneo che si era fatto costruire in gran segreto. Per colmo di prudenza poi montava a cavallo e a cui aveva messo i ferri al contrario, così che nessuno avrebbe potuto seguire le sue impronte.
Secondo la leggenda il cunicolo esiste ancora e sotto le rovine c’è anche il tesoro del castellano, chiuso in una botte ben nascosta. Nessun abitante della zona però vuole andare a cercarlo, infatti insieme alla botte, con il tesoro, quell’uomo malvagio ne seppellì un’altra identica piena di Muscas Maceddas (insetto mostruoso grande quanto una pecora dotato di un lungo e affilatissimo pungiglione, temutissimo dalle popolazioni poichè diffusore della peste).

LA FONDERIA DI SAN GAVINO MONREALE
Fu la crisi mondiale (con il crollo di Wall Street nel 1929) a determinare ed a imporre la scelta della costruzione di una fonderia a San Gavino Monreale capace di verticalizzare la produzione delle miniere di Montevecchio nel tentativo di un risanamento economico della società mineraria. Montevecchio e il suo consiglio di amministrazione si trovò, nel 1930, di fronte ad un bivio: investire somme considerevoli per dare un impulso nuovo alla produzione verticalizzandola con la costruzione di una fonderia capace inizialmente di lavorare 10.000 tonnellate di materiale all’anno; oppure morire sotto il peso sempre più insostenibile dei debiti. Per la scelta a favore della fonderia fu determinante il ruolo di Francesco Sartori (amministratore delegato della Monteponi) e di Domenico Giordano (amministratore delegato della Montevecchio), dal loro accordo nascerà la Società Italiana del Piombo e, connessa, la fonderia di San Gavino M.le. La fonderia, costruita dei primi anni ’30, fu edificata vicino alla vecchia linea ferroviaria privata di Montevecchio per il trasporto dalle miniere a San Gavino, da dove veniva poi trasportato in treno fino al porto di Cagliari. Iniziate le attività nell’aprile del ’32, divenne ben presto lo stabilimento più importante d’Italia e poi d’Europa, capace di produrre annualmente 20.000 tonnellate di materiale. Nata per affiancare e completare le attività estrattive, la fonderia ha concluso le sue attività il 30 marzo 1958 per sopravvenuta antieconomicità della sua gestione.

LO ZAFFERANO
Tra i miti ellenici figura il Dio Mercurio che alle prese con il lancio del disco colpisce a morte Crocos; affranto per ricordarlo in eterno colorò con il suo sangue il fiore che ancora oggi ne porta il nome. Mentre CROCUS SATIVUS è il nome in latino della pianta dello zafferano. Il termine Zafferano è di derivazione araba; la parola ZAAFARAN deriva da Asafar, che significa giallo, poichè giallo è il colore che si ottiene nell’uso tinto e culinario della spezia.
CENNI STORICI Lo zafferano era noto nella preistoria per le caratteristiche alimentari del bulbo e si diffuse rapidamente in tutte le terre dell’area mediterranea. Conosciuto anche in Asia per le sue qualità medicinali, aromatiche e coloranti, lo zafferano è presente in raffigurazioni e papiri egizi del II secolo a.C.; in affreschi del Palazzo Minoico di Cnosso e viene citato anche nella Bibbia e nell’Iliade. dai Geci il Crocus viene usato come sostanza colorante, noto però, anche per le sue capacità dispensatrici di fecondità. Ancora oggi in Grecia lo si coltiva nel territorio di un paese chiamato KROKOS. Nell’Iliade, le divinità indossano vesti di colore zafferano in una serie numerosa di eventi religiosi. I sacerdoti ebraici lo offrivano, durante le cerimonie, abbinandolo ad incenso e mirra. Con l’Impero Romano aumenta la produzione e la commercializzazione, con esso si profumano le abitazioni, gli imperatori facevano il bagno solo in acqua profumata allo zafferano e su cuscini di petali di zafferano si rilassavano i commensali. Nel Medioevo assume il ruolo di pianta medicinale, ma anche le sue qualità di droga non vengono dimenticate. E’ nel Rinascimento che lo Zafferano -per erboristi e speziali- assume la sua identità di spezia e come tale si diffonderà nei secoli successivi.
DIFFUSIONE DELL’ORO ROSSO IN SARDEGNA In Sardegna la coltivazione dello Zafferano, o Crocus Sativus, risale all’antichità: secondo alcune ricostruzioni, i fenici lo portarono dall’Asia Minore e in seguito furono i romani a svilupparne la produzione. Il clima temperato favorisce la coltura del così detto ORO ROSSO che oggi nel Medio Campidano è passata da produzione familiare a quella industriale, in particolare a Turri, Villanovafranca e San Gavino M.le, la cui produzione rappresenta una parte importante del prodotto nazionale sia per quantità che per qualità. Si ritiene che la coltivazione dello Zafferano nella villa di San Gavino M.le sia sia iniziato attorno al XIV secolo documentato dal “Regolamento Pisano del porto di Cagliari” del 1317, che contiene precise norme disciplinari per l’esportazione degli stimmi dello Zafferano dalla Sardegna.
UTILIZZO ODIERNO L’utilizzo più comune è in cucina per i dolci di formaggio e ricotta come le PARDULAS, i primi piatti di FREGULA, RAVIOLI e RISO nonchè per la produzione di liquori come quello digestivo VILLACIDRO MURGIA che prende il suo colore propio dallo zafferano. Ma la preziosa spezia viene sfruttata anche per le sue proprietà digestive, stimolanti, e analgesiche in farmacia, e come colorante nelle arti tintorie entrando nel repertorio etnografico della Sardegna, sia nei tappeti che nei costumi tradizionali.

ZAFFERANO SANGAVINESE D.O.P.
La coltivazione, che deve avvenire tra il 1° giugno e il 10 ottobre, richiede molto impegno e costanza. I suoi fiori vengono raccolti al mattino quando le corolle sono ancora chiuse; si procede poi alla separazione delle corolle dagli stimmi dal caratteristico colore rosso, che vengono successivamente trattati con l’olio d’oliva prodotto in Sardegna e fatti essicare per essere confezionati. La resa annua di zafferano di Sardegna essicato è pari a 15 kg per ettaro, mentre quello fresco è pari a 75 kg per ettaro.