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martedì, 20 Ottobre 2020

Fase 2, le attività sangavinesi ripartono, tra limitazioni, difficoltà e speranze

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La Fase 2 dell’emergenza coronavirus è partita ormai da una settimana, ma per le attività commerciali sangavinesi le complicazioni e restrizioni sono tutt’altre che finite. Dopo la notizia della fumata nera per la riapertura a San Gavino Monreale, sono scaturite numerose polemiche e il malumore serpeggia tra i commercianti, nonostante la notizia dell’annullamento delle ordinanze di riapertura da parte del Prefetto di Sassari e la riunione tra Governo e Regioni che fissa la data di riapertura al 18 maggio per la maggior parte delle attività chiuse per l’emergenza Covid-19.

La preoccupazione per il futuro è infatti tanta, soprattutto tra chi ha le serrande abbassate da oltre due mesi (ma tasse, bollette e affitti sono spese che vanno comunque onorate). In questi giorni abbiamo parlato con diversi professionisti sangavinesi, per capire come si stanno organizzando con le nuove norme e le tante limitazioni che rendono difficile il loro lavoro.

Esempio di imprenditorialità che sa reinventarsi è sicuramente quello dei ragazzi della Gelateria Creamy nella centralissima via Roma. “La nostra attività non ha mai chiuso del tutto durante il Covid-19 – ci raccontano – perché siamo rimasti attivi con le consegne a domicilio, dato che il decreto lo permetteva. Il lavoro è diminuito ugualmente almeno del 80%, abbiamo iniziato a riaprire da mercoledì 6 maggio con il take away grazie all’ultimo decreto”. Preoccupazione, ma anche speranza e qualche segnale di ripresa. “Il lavoro è sempre poco però la gente sembra che incominci a uscire di nuovo, si continua ovviamente anche con le consegne a domicilio oltre che con l’asporto. I clienti hanno reagito bene agli ordini telefonici e telematici e ci ha aiutato tanto”.

Un nuovo inizio per Mary Arixi, del bar L’Angolo del Caffé: “Abbiamo ribaltato il locale – esordisce la barista sangavinese – abbiamo imbiancato, lavato e sanificato tutto dalla A alla Z, anche i condizionatori e i frigoriferi”. Utilizzare questi mesi di lockdown per riorganizzarsi e pensare alla ripartenza, questa la formula del noto bar in viale Rinascita. “Inizieremo con la consapevolezza che si lavorerà solo un quarto di quanto lavoravamo prima, per colpa di tutte queste restrizioni. La mia rabbia è che in certi negozi quando vado la distanza di sicurezza tra le persone non c’è, fanno entrare chiunque, invece noi dobbiamo lavorare come se fossimo in sala operatoria. Avremo mascherine e guanti come dice il decreto, ma in estate, anche con i condizionatori accesi, lavorare sarà molto pesante“.

L’Angolo del CafféMary e Simona Arixi

Pronto a ripartire anche il centro estetico Kiki nails&beauty di Enrica Angei. “Ho deciso di chiudere – spiega Enrica – ancora prima che prendesse la decisione Conte, perché mi sembrava giusto così. In questi due mesi ho avuto il tempo per organizzare la mia vita lavorativa, che sarebbe dovuta cambiare per forza, oltre a tutte le cose per la disinfezione e sterilizzazione che ho sempre utilizzato”. Nonostante da sempre le attività per la cura della persona garantiscano altissimi standard di igiene, in questo momento non è semplice reperire i DPI sul mercato. “Trovare guanti e mascherine è praticamente impossibile. Ho comprato una bella parete di plexiglass da usare per il servizio manicure, per far sentire le mie clienti al sicuro nel mio salone. Non vedo l’ora di rivederle”.

Kiki nails&beautyEnrica Angei

Anche Roberta Achena, estetista titolare di Vanity House a Guspini, conferma gli altissimi standard di igiene del suo salone: “Ho sempre lavorato nel rispetto del cliente e mio – ci racconta – da anni sanifico attrezzi e ambienti tra un trattamento e l’altro. Per la riapertura ho acquistato dei dispositivi che mi isolano ancor di più dal pericolo di contagio, come casco protettivo in plexiglass, per lavorare in totale sicurezza. È ora che la Fase 2 inizi anche per il mio settore”.

Un problema per tutti, comunque, sono le spese vive. Possibile che in uno Stato come l’Italia non ci sia stato un annullamento delle imposte e delle bollette per tutto il periodo di chiusura? Non sarebbe stato segno di civiltà che lo Stato, al posto dei 600 € una tantum, si facesse carico delle spese delle partite iva in un periodo a fatturato zero? È normale che le bollette delle forniture elettriche siano tuttora calcolate sulla media dei mesi precedenti (e non sulle letture effettive del contatore) e arrivino salassi da oltre 700 € mensili agli esercizi commerciali chiusi? È normale che la direzione INAIL della Sardegna parli di sanificazioni effettuate da ditte certificate per la riapertura?

Probabilmente la nostra è utopia, ma iniziare a pensare in maniera differente, ascoltando le necessità che vengono “dal basso” aiuterebbe a prendere decisioni più efficaci anche ai piani alti.

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